“Li chiamano film di serie B, ma per me non lo sono mai stati. Io ho sempre fatto cinema di ricerca formale. Non sono Antonioni, che peraltro era mio carissimo amico, ma sono Tinto Brass e mi accontento”. Così il maestro del cinema erotico italiano difendeva le sue pellicole che, come spesso succede, ora, con la sua scomparsa, saranno rivalutate anche dai critici che non lo hanno mai amato.
Il difficile rapporto tra Tinto Brass e i genitori
Giovanni Brass, regista di film cult come La chiave, nasce nel ’33, trascorre la sua infanzia a Venezia ed è proprio in ambito familiare che diventa ‘Tinto’. “Da bambino trascorrevo molto tempo a disegnare, un giorno mio nonno disse: ‘Abbiamo un piccolo Tintoretto in casa’. Da Tintoretto si passò a Tinto, e questo soprannome non mi ha mai abbandonato”, racconterà. A 12 anni Tinto fa già le prime avances, molto spinte, alle donne di servizio che lavoravano per la sua famiglia e, a 14, il padre, vice podestà di Venezia lo fa rinchiudere per un po’ di tempo nel manicomio di San Clemente a Venezia. A 16 scopre il mondo della prostituzione: “A Venezia c’erano 33 cinema e 33 casini. Passavo regolarmente dal buio della sala all’antro scuro della puttana”, dirà rivelando di procurarsi i soldi per i bordelli vendendo di nascosto i libri del padre, un uomo con cui non andava d’accordo. “Tra me e mio padre i rapporti furono alterni. I miei mi cacciarono di casa. Cambiarono le serrature. Mi consideravano un irrecuperabile. Litigammo: “Spero di non vedere più la tua faccia da stronzo”. Tinto, alla fine, rivede suo padre solo in punto di morte, mentre si rifiuta di andare al funerale della madre.
Gli anni a Parigi e il matrimonio con Carla Cipriani
Dopo la laurea in legge, presa nel ‘57 all’Università di Ferrara con una tesi sui “Rapporti di lavoro con imprese della produzione cinematografica”, si trasferisce a Parigi dove lavora come archivista alla Cinematheque Française, e si avvicina alla Nouvelle Vague. Nello stesso anno sposa Carla Cipriani, sorella di Arrigo, proprietario dell’Harry’s Bar di Venezia, che lui chiamerà sempre Tinta. “Per 50 anni mi sono addormentato felice, con le mani nelle sue chiappe. Sogni d’oro e potenti erezioni. Mai avuto bisogno di Viagra con lei. Un culo da vertigine”, dichiarerà senza inibizioni. “Molti dei miei personaggi femminili li ho modellati proprio pensando a mia moglie, donna assolutamente libera e scopatrice intrepida. Da ragazzi, a Venezia, l’andavo a prendere in barca all’Harry’s Bar e poi vogavo alla vallesana fino alle secche di San Giorgio. Lì facevamo sesso e poi la riportavo al lavoro”, confesserà.
Le prime pellicole di Tinto Brass
Torna in Italia nel 1960 e lavora come aiuto regista di Alberto Cavalcanti e di Roberto Rossellini, ma ben presto sforna la sua prima opera Chi lavora è perduto che incapperà nella censura di un severo magistrato.“Aveva trovato il film contrario alla Costituzione, alla religione, alla morale, alla famiglia e non ricordo più a cos’altro…” e io “l’ho lasciato uguale, tale e quale. E l’ho ripresentato con un altro titolo. E il film è passato. Perché la censura non solo è bigotta, ma anche stupida”. Nel 1964 dirige i due episodi L’uccellino e L’automobile del film La mia Signora, con Silvana Mangano e Alberto Sordi che, nello stesso anno, saranno i protagonisti anche de “l disco volante. Nel ’68 gira la pellicola L’urlo ma anche stavolta interviene la censura che ne impedisce la proiezione fino al ’74. L’anno seguente è la volta di Nerosubianco che ottiene un ottimo riscontro di pubblico, mentre La vacanza del 1971 è l’ultimo film non incentrato sull’erotismo. Nel 1975 esce Salon Kitty, film con cui Brass lancia il filone nazi-erotico ma ad accrescere la sua fama è Io, Caligola anche se, poi, lui lo disconoscerà a causa della troppa censura. “Se non posso montare il film, come è accaduto con Caligola per i contrasti con i produttori, non lo firmo neanche come regista. Non ero infatti il regista di Caligola, perché a seguito della mia estromissione da montaggio e sonorizzazione, ho disconosciuto la paternità del film come edito dalla produzione”, confiderà Brass.
Il successo de La chiave e le protagoniste dei suoi film
Il 1983 è l’anno della consacrazione definitiva con il film cult La chiave, ispirato al libro di Tanizaki e con protagonista Stefania Sandrelli che, all’epoca era un’attrice già affermata ma nessuno immaginava che potesse interpretare un ruolo come quello.“È stata l’unica a non rinnegarmi. L’avrei voluta dirigere ancora.” Invece? “La chiave, un trionfo, l’aveva resa irraggiungibile. Per il film le avevo corrisposto 16 milioni. La volta successiva me ne chiese 600. La mandai affettuosamente a cagare”, racconterà Brass. A metà anni ’80 scopre Serena Grandi, protagonista del film Miranda, ispirato alla Locandiera di Carlo Goldoni, e Francesca Dellera che lancia nel 1987 con Capriccio. Quattro anni dopo è la volta di Debora Caprioglio con Paprika e nel 1992 esordisce Claudia Koll in Così fan tutte. La caratteristica determinante nella scelta delle protagoniste dei suoi film è indubbiamente il loro fondoschiena. “Sul piano etico il culo è più onesto della faccia, non inganna, non è maschera ipocrita. Il mio libro comincia con un sillogismo aristotelico. Tesi, il culo è lo specchio dell’anima, antitesi ognuno è il culo che ha, sintesi, mostrami il culo e ti dirò chi sei”, spiega nel libro L’elogio del culo, pubblicato nel 2007. Di ognuna di loro ha detto di avere dei bei ricordi “anche se la maggior parte di loro ha preso le distanze da me dopo aver fatto il film. Mi hanno rinnegato, - ha aggiunto - ma l’avevo messo in conto. Solo la Sandrelli, Serena Grandi e Anna Ammirati si sono fatte sentire anche nei momenti difficili. Anna mi viene anche a trovare”.
Gli ultimi anni di vita di Tinto Brass
Per L’uomo che guarda, film tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, contatta Gianni Agnelli, “che dalle foto sembrava dotato” per la parte del “vecchietto arzillo” ma la segretaria spegne il suo entusiasmo: “L’Avvocato la ringrazia, ma è troppo impegnato”, gli dirà. I film successivi Fermo Posta, (1995) Monella (1997) e Tra(sgre)dire (1999), Senso ’45 (2002) e Fallo! (2003) non sbancano al botteghino come i precedenti. Nel 2009 presenta alla Mostra del Cinema di Venezia un cortometraggio di 18 minuti, Hotel Courbet, come omaggio al pittore Gustave Courbet. Nel 2010 si candida alle Regionali in Lazio e nel Veneto con i Radicali. Sempre nello stesso annno, in aprile, mentre si trova in un albergo di Marostica, in provincia di Vicenza, cade in bagno a causa di un’emorragia cerebrale, viene colpito da un ictus e perde la memoria. A soccorrerlo e ad accompagnarlo in ospedale è la sua compagna, Caterina Varzi che lo aiuterà a uscire dalla depressione, a recuperare la memoria e che diverrà la sua seconda moglie nel 2017. L’anno seguente i figli lo portano in tribunale per chiedere un amministratore di sostegno da assegnargli e così, a marzo, la Varzi assume quel ruolo. Nel 2019 è stato nuovamente ricoverato in ospedale e nel gennaio 2021 è stato colpito da ischemia.
