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Cinema

Per capire la Palestina non basta “Naza”, ma serve “Fauda”

La serie sceglie un punto di vista , il documentario si vende come verità assoluta

Israeli directors Rachel Szor (L) and Yuval Abraham pose with producer for the photocall of �Naza' during the 83rd Venice Film Festival in Venice, Italy, 10 September 2026. The movie is presented in official competition 'Venezia83' at the festival running from 02 to 12 September 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

Inviato a Venezia

A chi crede che il 7 ottobre sia stato un attacco terroristico e non una dichiarazione di guerra; a chi crede che la tragedia di questi anni inizi con Israele che attacca Gaza; a chi è convinto che Hamas sia un partito politico e non un esercito costruito per annientare Israele; a chi ha applaudito Naza (stampa in adorazione inclusa) senza chiedersi se la storia non avesse omesso qualche «dettaglio»; ecco, a tutti questi consigliamo la visione di Fauda, stagione 5, puntate 7 e 8. Il 7 ottobre è raccontato in tutta la sua crudezza. È fiction, dichiaratamente sionista. Poggia sulla fiducia degli spettatori, esattamente come la non fiction, dichiaratamente pro Pal, di Naza. Nel primo caso dobbiamo fidarci degli sceneggiatori, nel secondo caso della bontà delle fonti. Fauda non promette la verità, Naza invece sì.

Quella mattina, all’alba, duemila e più uomini di Hamas sfondano la barriera di sicurezza in decine di punti, via terra, via mare, in parapendio. Non colpiscono basi militari: colpiscono un rave nel deserto, il «Supernova», dove muoiono trecentosessanta ragazzi. Colpiscono i kibbutz, Be’eri, Kfar Aza, Nir Oz, casa per casa, famiglie intere. Alla fine della giornata i morti sono circa milleduecento, gli ostaggi portati a Gaza oltre duecentocinquanta, tra loro bambini e anziani. Non è un raid, è un pogrom pianificato con mesi di anticipo, rivendicato, filmato dagli stessi aggressori con le GoPro e diffuso sui social delle vittime. Ad aggravare il paradosso, in Fauda non si tratta di una ricostruzione a distanza: i personaggi della serie si trovano proprio al centro degli avvenimenti di quel giorno, dentro il caos del «Supernova» e dei kibbutz, non davanti a un monitor a ricostruirli a posteriori.

È questo il fatto originario che precede ogni discorso sulla proporzionalità della risposta israeliana, e che troppi racconti recenti, per pudore o per calcolo narrativo, trattano come uno sfondo sbiadito invece che come l’evento che ha aperto la ferita. Da allora si è fatta strada, tra i banchi della critica militante e certi festival, una tentazione revisionista: minimizzare le cifre, dubitare degli stupri di massa documentati dalle stesse Nazioni Unite, ridurre il massacro a «reazione» o a incidente di percorso. È la stessa disinvoltura con cui si applaude a un documentario che si dichiara di parte e lo si tratta come referto notarile. La fiction almeno avverte lo spettatore: sta guardando un punto di vista. La non fiction militante, no: pretende di essere la realtà stessa, e in questo, paradossalmente, mente di più.

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