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Cinema

Rivive Gerda, prima fotoreporter morta in guerra

“La ragazza con la Leica” racconta la storia della compagna di Robert Capa

(L-R) Aaron Altaras, Emilia Schule, Alina Marazzi, Luna Wedler and Lucas Englanderi pose for the photocall of 'La ragazza con la Leica (The Girl with the Leica)' at the 83rd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 02 September 2026. The movie is presented in 'Orizzonti' section at the festival running from 02 to 12 September 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

da Venezia

Alla fine degli anni Novanta del Novecento la fortuita scoperta, in una soffitta di Città del Messico, di una valigia piena di negativi e fotografie portò di nuovo alla ribalta il nome di Gerda Taro, ricordato fino ad allora per due motivi: era stata la compagna di Robert Capa, il più celebre fotoreporter di guerra del XX secolo; era morta durante la guerra civile spagnola.

Mentre era al fronte, la camionetta carica di feriti che la stava riportando nelle retrovie repubblicane si scontrò con un carro armato e nell’urto Gerda finì sotto i cingolati del tank. Ai suoi funerali, organizzati dal Partito comunista francese, parteciparono più di 100 mila persone.

Da quella riscoperta, mostre fotografiche e biografie in forma di romanzo hanno fatto di Gerda Taro un personaggio del tutto particolare: glamour, charme, impegno politico, fotogiornalismo come arma di combattimento e di democrazia...

La ragazza con la Leica, di Alina Marazzi, che ieri ha aperto la sessione Orizzonti, e che si basa liberamente sull’omonimo e pluripremiato in Italia romanzo di Helena Janeczek, ne ripropone oggi la vicenda umana, ideologica e sentimentale con un buon cast (Emilia Schüle e Aaron Altaras nei panni di Gerda e di Robert) e una tesi di fondo che può essere così riassunta: narcisista però moralmente impegnata, seduttrice, ma sempre nel nome della causa. Quella giusta, va da sé.

Il film mischia ricostruzioni a immagini di repertorio e bisogna dire che, purtroppo per il film, le seconde vincono sulle prime, nel senso che la fiction non ce la fa a stare alla pari con i documentari dell’epoca, le facce, i vestiti, gli ambienti, si tratti della vita a Parigi o di quella, in pace come in guerra, della Spagna repubblicana.

Gerda Taro in realtà si chiamava Gerta Pohorylle, così come Robert Capa, all’anagrafe Endre Friedman, fu uno pseudonimo scelto da lei, mischiando e storpiando il nome di Robert Taylor, che era un attore famosissimo, con quello di Frank Capra, altrettanto celebre regista. Il passaggio da Gerta a Gerda e la brevità del nuovo cognome avevano invece a che vedere con Greta Garbo. Ambedue erano scappati dalla Germania nazista e si incontrarono per caso a Parigi. La firma Capa per i loro servizi in comune significherà l’inizio di un sodalizio, ma la bravura e il più solido mestiere del secondo misero in ombra all’epoca le capacità della prima.

Il film ci rimanda di lei una sorta di santino impegnato: laico, disinibito, democratico e antifascista. Forse un po’ troppo per una ragazza che quando morì aveva 26 anni e che si stava preparando per andare con Capa a seguire il conflitto cino-giapponese, ovvero la guerra come un mestiere e non come una causa.

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