da Venezia
Alla fine degli anni Novanta del Novecento la fortuita scoperta, in una soffitta di Città del Messico, di una valigia piena di negativi e fotografie portò di nuovo alla ribalta il nome di Gerda Taro, ricordato fino ad allora per due motivi: era stata la compagna di Robert Capa, il più celebre fotoreporter di guerra del XX secolo; era morta durante la guerra civile spagnola.
Mentre era al fronte, la camionetta carica di feriti che la stava riportando nelle retrovie repubblicane si scontrò con un carro armato e nell’urto Gerda finì sotto i cingolati del tank. Ai suoi funerali, organizzati dal Partito comunista francese, parteciparono più di 100 mila persone.
Da quella riscoperta, mostre fotografiche e biografie in forma di romanzo hanno fatto di Gerda Taro un personaggio del tutto particolare: glamour, charme, impegno politico, fotogiornalismo come arma di combattimento e di democrazia...
La ragazza con la Leica, di Alina Marazzi, che ieri ha aperto la sessione Orizzonti, e che si basa liberamente sull’omonimo e pluripremiato in Italia romanzo di Helena Janeczek, ne ripropone oggi la vicenda umana, ideologica e sentimentale con un buon cast (Emilia Schüle e Aaron Altaras nei panni di Gerda e di Robert) e una tesi di fondo che può essere così riassunta: narcisista però moralmente impegnata, seduttrice, ma sempre nel nome della causa. Quella giusta, va da sé.
Il film mischia ricostruzioni a immagini di repertorio e bisogna dire che, purtroppo per il film, le seconde vincono sulle prime, nel senso che la fiction non ce la fa a stare alla pari con i documentari dell’epoca, le facce, i vestiti, gli ambienti, si tratti della vita a Parigi o di quella, in pace come in guerra, della Spagna repubblicana.
Gerda Taro in realtà si chiamava Gerta Pohorylle, così come Robert Capa, all’anagrafe Endre Friedman, fu uno pseudonimo scelto da lei, mischiando e storpiando il nome di Robert Taylor, che era un attore famosissimo, con quello di Frank Capra, altrettanto celebre regista. Il passaggio da Gerta a Gerda e la brevità del nuovo cognome avevano invece a che vedere con Greta Garbo. Ambedue erano scappati dalla Germania nazista e si incontrarono per caso a Parigi. La firma Capa per i loro servizi in comune significherà l’inizio di un sodalizio, ma la bravura e il più solido mestiere del secondo misero in ombra all’epoca le capacità della prima.
Il film ci rimanda di lei una sorta di santino impegnato: laico, disinibito, democratico e antifascista. Forse un po’ troppo per una ragazza che quando morì aveva 26 anni e che si stava preparando per andare con Capa a seguire il conflitto cino-giapponese, ovvero la guerra come un mestiere e non come una causa.
