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Cinema

L’“obbligo” di premiare sempre un film pro Pal

L’anno scorso fu la volta di “The Voice of Hind Rajab”

epa13235969 Israeli filmmakers Rachel Szor (R) and Yuval Abraham pose on the red carpet with their special jury prize for the documentary 'NAZA' during the closing ceremony of the 83rd annual Venice International Film Festival in Venice, Italy, 12 September 2026. EPA/BUESRA TASDEMIR

Il Leone d’Oro a Kvinde Ukendt (Woman Unknown) della regista danese May el-Toukhy non era forse il verdetto più atteso della vigilia, ma è uno di quelli che si accettano senza discussioni. Il film racconta con mestiere la caccia alle «collaborazioniste» che avevano avuto rapporti sentimentali con i soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Non è forse il titolo più importante della Mostra ma è solido. Qualcuno (pochi) aveva profetizzato che sarebbe piaciuto molto alla presidente della giuria, Maggie Gyllenhaal, e così è stato.Il Gran Premio della Giuria va al coreano Lee Chang-dong per Possible Love: era dato tra i papabili per il Leone d’Oro fin dalla vigilia, e il verdetto non fa che confermare i pronostici.Dau di Ilya Khrzhanovsky, premiato con il Leone d’Argento per la regia, è un film bellissimo e stranissimo, un po’ cinema e un po’ installazione artistica, con una affascinante varietà stilistica. Il film è un atto d’accusa contro la macchina sovietica.Ed eccoci al vero nodo della serata, il Premio Speciale della Giuria assegnato a Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Per il secondo anno consecutivo un riconoscimento pesante della Mostra va a un’opera costruita interamente attorno a Gaza.L’anno scorso fu The Voice of Hind Rajab, premiato con il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Quest’anno tocca a un’inchiesta parziale, con fonti difficili da verificare e in parte già smentite dall’esercito israeliano. Il metodo, ormai riconoscibile, è sempre lo stesso: prima si scrive la tesi, poi si va a cercare la pezza d’appoggio che la sostenga. Ciò che non è funzionale non viene menzionato o viene ridotto ai minimi termini. Esemplari i pochi minuti riservati al 7 ottobre, come se fosse un dettaglio e non un crimine equivalente a una dichiarazione di guerra. La standing ovation continua imperterrita a scambiare l’emozione per la verità dei fatti, e la giuria, invece di correggere la deriva, la certifica con un Leone. In ogni caso, attendiamo il documentario di due palestinesi sui crimini di Hamas del 7 ottobre. Ah già, in Israele c’è la libertà di espressione, nelle terre governate da Hamas purtroppo no. Non è un dettaglio da poco che in giuria, quest’anno, sedesse anche Kaouther Ben Hania, la regista tunisina di Hind Rajab: il filo che lega i due verdetti si vede con chiarezza.Poi c’è il capitolo italiano, ed è un ben triste capitolo. Cinque film in concorso, uno più fiacco dell’altro, e a casa non è arrivato nulla, nemmeno una menzione di consolazione. Il ritorno più atteso della vigilia era quello di Nanni Moretti, che con Succederà questa notte si è ripresentato in concorso trentasette anni dopo Palombella Rossa: la Mostra lo ha accolto come un evento, la giuria lo ha liquidato come un film qualunque. Con lui sono tornati a casa a mani vuote anche Pallaoro, De Angelis, Bechis e Strippoli. Cinque tentativi, zero premi: se la parola Caporetto sembra eccessiva, si accettano proposte migliori.L’unico verdetto indiscutibile è la Coppa Volpi a John Malkovich, gigantesco nei panni di un agente della CIA nel divertente Wild Horse Nine di Martin McDonagh. Lì la giuria si è limitata a riconoscer.

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