Il Leone d’Oro a Kvinde Ukendt (Woman Unknown) della regista danese May el-Toukhy non era forse il verdetto più atteso della vigilia, ma è uno di quelli che si accettano senza discussioni. Il film racconta con mestiere la caccia alle «collaborazioniste» che avevano avuto rapporti sentimentali con i soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Non è forse il titolo più importante della Mostra ma è solido. Qualcuno (pochi) aveva profetizzato che sarebbe piaciuto molto alla presidente della giuria, Maggie Gyllenhaal, e così è stato.Il Gran Premio della Giuria va al coreano Lee Chang-dong per Possible Love: era dato tra i papabili per il Leone d’Oro fin dalla vigilia, e il verdetto non fa che confermare i pronostici.Dau di Ilya Khrzhanovsky, premiato con il Leone d’Argento per la regia, è un film bellissimo e stranissimo, un po’ cinema e un po’ installazione artistica, con una affascinante varietà stilistica. Il film è un atto d’accusa contro la macchina sovietica.Ed eccoci al vero nodo della serata, il Premio Speciale della Giuria assegnato a Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Per il secondo anno consecutivo un riconoscimento pesante della Mostra va a un’opera costruita interamente attorno a Gaza.L’anno scorso fu The Voice of Hind Rajab, premiato con il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Quest’anno tocca a un’inchiesta parziale, con fonti difficili da verificare e in parte già smentite dall’esercito israeliano. Il metodo, ormai riconoscibile, è sempre lo stesso: prima si scrive la tesi, poi si va a cercare la pezza d’appoggio che la sostenga. Ciò che non è funzionale non viene menzionato o viene ridotto ai minimi termini. Esemplari i pochi minuti riservati al 7 ottobre, come se fosse un dettaglio e non un crimine equivalente a una dichiarazione di guerra. La standing ovation continua imperterrita a scambiare l’emozione per la verità dei fatti, e la giuria, invece di correggere la deriva, la certifica con un Leone. In ogni caso, attendiamo il documentario di due palestinesi sui crimini di Hamas del 7 ottobre. Ah già, in Israele c’è la libertà di espressione, nelle terre governate da Hamas purtroppo no. Non è un dettaglio da poco che in giuria, quest’anno, sedesse anche Kaouther Ben Hania, la regista tunisina di Hind Rajab: il filo che lega i due verdetti si vede con chiarezza.Poi c’è il capitolo italiano, ed è un ben triste capitolo. Cinque film in concorso, uno più fiacco dell’altro, e a casa non è arrivato nulla, nemmeno una menzione di consolazione. Il ritorno più atteso della vigilia era quello di Nanni Moretti, che con Succederà questa notte si è ripresentato in concorso trentasette anni dopo Palombella Rossa: la Mostra lo ha accolto come un evento, la giuria lo ha liquidato come un film qualunque. Con lui sono tornati a casa a mani vuote anche Pallaoro, De Angelis, Bechis e Strippoli. Cinque tentativi, zero premi: se la parola Caporetto sembra eccessiva, si accettano proposte migliori.L’unico verdetto indiscutibile è la Coppa Volpi a John Malkovich, gigantesco nei panni di un agente della CIA nel divertente Wild Horse Nine di Martin McDonagh. Lì la giuria si è limitata a riconoscer.

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