Sabato sera, Sala Grande del Palazzo del Cinema, la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha consegnato il Leone d’oro a Woman Unknown della regista May el-Toukhy. Sui giornali di ieri era un tripudio: ha vinto una donna. Anzi: l’unica donna in concorso su ventuno film (in realtà c’era anche Rachel Szor, coregista di Naza, premiato, insieme con Yuval Abraham). Woman Unknown è un’opera ben fatta, anche se non particolarmente significativa. Quindi qual è il senso di affermare innanzi tutto che «Il Leone è donna e femminista»?.
Il senso è semplice quanto imbarazzante da ammettere. Per la stampa di sinistra, quando vince un uomo, vince un regista. Quando vince una donna, vince una donna. È esattamente questo il meccanismo che una vera parità di genere dovrebbe rendere superfluo, e che invece la cronaca di quest’anno ha rimesso al centro della scena. C’è una differenza abissale tra dire «ha vinto il miglior film» e dire «ha vinto perché era diretto da una donna». La seconda formula, per quanto pronunciata con le migliori intenzioni progressiste, tratta il cinema femminile come una categoria a parte, quasi paralimpica, dove il merito si misura non sulla qualità del film ma sul sesso di chi l’ha girato. È una cortesia che si rovescia in condiscendenza insopportabile: si applaude non tanto l’opera quanto la constatazione che, nonostante tutto, una donna ce l’abbia fatta.
La battaglia per la parità di genere, quella vera, dovrebbe avere come orizzonte un giorno in cui il sesso di chi dirige un film non fa più notizia. Prima si escludevano le donne perché donne. Ora, con intenzioni rovesciate ma meccanismo identico, si applaude una donna perché donna, prima ancora di aver discusso il film. In entrambi i casi il sesso resta il criterio, e il merito passa in seconda fila.
