da Venezia
È un cocktail perfetto quello
di Wild Horse Nine , diMartin McDonagh, ieri in concorso aVenezia. I due attori principali, John Malkovich e Sam Rockwell, recitano in stato di grazia; la sceneggiatura gli costruisce addosso un dialogo tanto cinico quanto caustico; l’ambientazione nell’isola di Pasqua, con le sue enigmatiche statue, carica la storia di presenze inquietanti e di una natura silenziosa, ma pronta a esplodere; la regia procede serrata e senza punti morti. Al suo terzo giorno la Mostra, fosse per noi, potrebbe già chiudere i battenti: difficilmente vedremo qualcosa di meglio.
Wild Horse Nine rimanda nel titolo ai cavalli allo stato brado, imprevedibili e perché loro, il primo giorno in cui ci siamo incontrati, sono state immediatamente brave e allora ho detto “fermiamoci qua e ci rivediamo direttamente sul set”». Le due sorelle attrici non parlano insieme ma è come se lo facessero: «Parlavamo all’unisono grazie a un ritmo non dichiarato, è successo tutto in modo assolutamente naturale» dice Kate Rooney.
Orlando Bloom prova a spiegare il senso del film: «Sono tre episodi sul tema dell’ossessione o, meglio, dell’amore che diventa ossessione». In conferenza stampa Herzog si è scusato con l’attore che era rimasto un po’ male per la brevità delle riprese: «Mi è dispiaciuto ma lo capisco, il film è però girato tutto in maniera così essenziale perché espone il mio animo».
indomiti perché liberi, eal codice burocratico dei servizi di intelligence, nel quale i numeri tendono a indicare, incasellare e anestetizzareobiettivi edifficoltà del lavoro «sporco» da compiere.
Nel film, due agenti della Cia, in un Cile che si appresta a rovesciare militarmente, con la regia e il supporto americano, la presidenza del socialista Salvador Allende, si concedono una pausa a Rapa Nui, questo il nome indigeno dell’isola, poche ore di volo da Santiago. Il più anziano, Chris, èmalato di cancro e sa di non avere molti giorni di vita davanti a sé. Il più giovane, Lee, è un amico e collega di lunga data ed è da lui che Chris vorrebbe essere aiutato amorire: è cattolico, il suicidio gli ripugna e Lee dovrebbe premere il grilletto per lui. Quest’ultimo ha però ricevuto dall’alto anche l’ordine di sorvegliarlo e, se è il caso, di eliminarlo. Chris staperdendo i freni inibitori quanto ai segreti della sua professione e in più sa sull’assassinio del presidente Kennedy una verità diversa da quella ufficiale faticosamente portata avanti in quei dieci anni che intercorrono da Dallas.
In quello che è ancora un paradiso remoto e turisticamente poco frequentato, Chris fa i conti con il proprio passato e il proprio Paese e l’incontro con due studentesse cilene ribelli carica la vicenda di una piega imprevista.
Asuo agio con le inquietudini di due menti criminali al servizio non del crimine organizzato, ma del crimine di Stato, il regista fa di Wild Horse Nine un film mefistofelico, un’amara riflessione sulla natura umana esugli arcana imperii che sottendono la politica internazionale. Martin Mc-Donagh, vale la pena ricordarlo, è il regista di In Bruges , Tre manifesti a Ebbing Missouri e THE BANSHEES OF INISHERIN, tutti film in cui solitudine, amicizia, ribellione e violenza scandiscono le esistenze dei personaggi raccontati. John Malkovich è un superbo re Lear morente e Steve Rockwell il suo Fool a lui crudelmente fedele.
