Un’uscita dal mondo del lavoro sempre più lontana e assegni mensili meno consistenti: questo è ciò che aspetta a chi si appresta a varcare la soglia del pensionamento nei prossimi mesi. A parità di montante contributivo accumulato durante gli anni di carriera, il neo-pensionato dovrà fare i conti con un calcolo sfavorevole.
La situazione che si verrà a creare sarà l’effetto dell’applicazione di due meccanismi automatici già previsti dalla normativa: da un lato l’innalzamento dei requisiti anagrafici, dall’altro il ricalcolo al ribasso dei parametri di trasformazione del capitale versato. Come spiegato nelle tabelle ufficiali diffuse nelle scorse ore dal Ministero del Lavoro per la pensione di vecchiaia si salirà dagli attuali 67 anni a 67 anni e un mese, per poi arrivare a 67 anni e tre mesi al successivo scatto previsto per il 2028. Parallelamente, entrerà in vigore l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione previsti per il biennio 2027-2028, ovvero i parametri matematici usati per convertire il fondo dei contributi accumulati nell’assegno mensile effettivamente percepito.
Alla base di questo cambiamento sta il concetto su cui si fonda il metodo contributivo: il monte accantonato lungo l’intera carriera lavorativa confluisce nell’assegno che il pensionato dovrà percepire per il resto della sua vita, o meglio per gli anni medi di vita attesa. In presenza di un’aspettativa di vita in crescita, il fondo dei contributi accumulati viene di conseguenza spalmato su un arco temporale più lungo, il che causa l’inevitabile contrazione dell’importo annuo erogato. Quale sarà l’impatto? Esaminando in concreto i numeri, il coefficiente di conversione passerà dall’attuale 5,608% al 5,514%: uscire in anticipo rispetto ai 67 anni, per un 64enne, significherà veder precipitare il parametro fino al 5,009%, mentre restare nel mondo del lavoro fino al compimento dei 71 porterà l’indice a crescere fino al 6,382%. La regola generale del sistema rimane dunque invariata: prolungare la permanenza in servizio consente di beneficiare di una percentuale di trasformazione più vantaggiosa.
È possibile solo fare delle simulazioni per comprendere quale sarà il peso del cambiamento. Ricostruendo una retribuzione media annua lorda di 23mila euro si possono accantonare circa 300mila euro di contributi: uscire dal lavoro a 67 anni, coi parametri 2027, significherà diminuire dagli attuali 1.294 euro al mese fino a 1.272 euro (distribuiti su 13 mensilità). Un ammanco di circa 22 euro al mese, pari a oltre 280 euro all’anno. L’impatto si fa via via più marcato al crescere delle somme versate. Con un montante di 500mila euro (RAL media di 38mila euro), il trattamento annuo cala da 28.040 a 27.570 euro (registrando una contrazione di circa 36 euro mensili, cioè 470 euro all’anno. Con un montante di 700mila euro (RAL media di 53mila euro), l’assegno scende da 39.256 a 38.598 euro su base annua (-51 euro al mese, ovvero -658 euro all’anno).
Si aggiunga a ciò, altro parametro che influirà a ritoccare verso il basso il totale percepito dal neo-pensionato, che il prossimo anno si salirà a 67 anni e un mese, e che questo ulteriore ritocco porterà a erodere ulteriormente l’assegno.
Come anticipato poco sopra, l’età in cui si decide di uscire dal mondo del lavoro sarà determinante a formare l’ammontare dell’assegno. Tenendo l’esempio del montante di 300mila euro (RAL 23mila euro), uscire in anticipo a 64 anni significherà nel 2027 incassare 1.156 euro lordi stimati, che diventeranno 1.272 euro a 67 anni e 1.473 euro a 71 anni. Il differenziale tra l’uscita a 64 anni e il rinvio a 71 anni genera una forbice mensile di 317 euro. Questo margine si amplia notevolmente nelle fasce contributive più elevate: raggiunge infatti i 528 euro con un capitale di 500mila euro e supera i 739 euro mensili per un montante di 700mila euro (dove si passa da 2.697 a 3.436 euro al mese).
L’impatto delle stime colpirà con forza differente a seconda della storia contributiva del singolo lavoratore:
- I “contributivi puri”: chi ha fatto il suo ingresso nel mercato del lavoro a partire dal 1° gennaio 1996 subirà l’effetto pieno dei nuovi parametri, poiché l’intera prestazione è determinata dal modello di calcolo contributivo;
- I lavoratori a sistema misto: per chi vanta un’anzianità assicurativa antecedente al 1996, la revisione inciderà esclusivamente sulla quota di assegno maturata con la formula contributiva.
Nessuna ripercussione, invece, è prevista per chi è già titolare di un trattamento pensionistico: le regole di garanzia tutelano i diritti acquisiti e l’aggiornamento toccherà unicamente le domande con decorrenza successiva all’entrata in vigore dei nuovi parametri.
