D’accordo il risiko bancario che regala mosse ogni giorno scandite dalla libertà di mercato, però non è accettabile quel che avviene in Italia con l’esperienza traumatica della chiusura delle filiali bancarie in molti comuni ritenuti, sbagliando, marginali. Non si può liquidarla come un fatto normale. Visto che l’economia reale del Belpaese poggia sul modello bancocentrico. Questa drammatica e continua contrazione ha fatto sì che molti comuni oggi siano sprovvisti del tutto dei servizi che deve assicurare nel territorio un istituto di credito. Per dire, nel primo semestre di quest’anno hanno interrotto definitivamente l’attività 126 sportelli (Fonte: Fondazione Fiba della First Cisl). Tale fenomeno, progressivamente lievitato negli anni, ha prodotto una frattura sociale altamente preoccupante; infatti, nei comuni privi di banca risiedono circa cinque milioni di cittadini. Si tratta, allora, di un vuoto che non ha giustificazioni. Un’assenza penalizzante, una sgrammaticatura che non si può sopportare quasi che non vi si possa porre rimedio. Ogni sei mesi si aggiornano i dati e mai che si registri almeno un rallentamento della morìa. Niente. Eppure si racconta delle magnificenze dei nostri borghi, del rilancio di molte aree interne delle Penisola, delle riqualificazioni oculate di aree compromesse che hanno permesso di promuovere un turismo che ama il bello e il buono fuori dalle rotte tradizionali. Ma è un racconto, evidentemente, incompleto. Perché il depauperamento degli sportelli interessa proprio molti luoghi della nostra geografia interna di cui adesso ci si fa vanto.
Dunque, la contraddizione è evidente. I territori senza accesso ai servizi bancari sono una macchia che sporca il quotidiano. Una bruttura nell’indifferenza generale. Un danno economico. Un cortocircuito sociale. Chi afferma che la soluzione è l’internet banking significa mancare di realismo. Certo che si può, anzi si deve, andare in quella direzione ma nel frattempo non si interrompe un servizio che è sacrosanto ritenere primario.
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