Dopo sei mesi di 2026, quattro dei quali passati a temere le conseguenze dello stretto di Hormuz, il Pil italiano può chiudere l'anno a +0,9%: poco sotto la Francia (+1%) e il doppio rispetto alla Germania (+0,4%). Mentre i consumi, pur minacciati dall'inflazione, salgono dell'1,2%. Sono le stime che l'Ufficio studi di Confcommercio, guidato da Mariano Bella, ha fornito ieri nel suo rapporto annuale sui trend delle regioni italiane. Un focus che mostra le diverse velocità della crescita lungo la penisola: a tirare sono le regioni del Nord, mentre il Mezzogiorno va più piano, in particolare sul fronte dei consumi delle famiglie che, in molte regioni di quest'area, sono sotto i livelli di 10 anni fa. La Lombardia è la locomotiva d'Italia, unica regione a guidare sia la classifica del Pil (+1,2%), sia quella dei consumi (+1,8%).
L'elemento più fresco è quello sul Pil nazionale: l'Italia ha sconfitto Hormuz. E lo ha fatto va detto - anche a dispetto delle Cassandre che, forse per questioni politiche, hanno soffiato su un vento di crisi mai realmente arrivato. Lo spiega lo stesso Bella: «I dati Istat, quindi non le opinioni, dicono che nel primo trimestre del 2026 il Pil acquisito ufficiale, quello corretto per gli effetti dei giorni lavorativi, è cresciuto dello 0,9%, e dentro c'è già un mese di crisi di Hormuz. Quindi, per prevedere tassi di crescita dello 0,4-0,5% a fine anno, significa scontare una recessione che però non ci non risulta». Idem per i consumi: «La crescita tendenziale all'1,2% - spiega Bella - corretta arriva all'1,3%. Sono i numeri acquisiti fino a marzo. E tra aprile e giugno i consumi sono andati molto bene: lo vediamo dalle autostrade, dai biglietti dei treni o dall'acquisto di auto nuove». Oggi ci sono 100mila italiani che ogni mese stanno comprando un'auto, con un aumento tra il 10 e il 20%. Infine c'è il turismo, ai massimi storici, con presenze stimate tra +5 e 10%. Mettendo tutto questo a sistema, insieme con i dati sull'occupazione ai massimi storici e un'inflazione rimasta circoscritta agli energetici, si ottiene un quadro reale positivo che riflette una maggiore fiducia da parte di famiglie e imprese italiane.
Poi c'è il divario tra Nord e Sud, che resta forte. Dopo la Lombardia seguono il Trentino-Alto Adige (Pil +1% e consumi +1,5%) e Lazio (+1% e +1,4%). Mentre in coda alla classifica ci sono Basilicata e Calabria (Pil +0,6%, e consumi rispettivamente +0,4% e +0,5%). Un trend ancora più drammatico se visto sul lungo periodo: fatto 100 l'indice del Pil di 20 anni fa, il Sud è addirittura a quota 97,7, e sui consumi è a 90,2. In altri termini, intere zone del Paese non hanno ancora recuperato i livelli pre crisi del 2007.
Tra queste c'è anche la Liguria, a conferma della causa principale del divario tra chi cresce e chi no: è l'effetto demografico, che crea un calo strutturale. Un territorio non può crescere se la popolazione si riduce, se invecchia e se innova di meno. Spariscono le classi alto-spendenti e si va verso la stagnazione.