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Risparmi fermi e investimenti, cosa sono i conti correnti “Sia” che stanno per arrivare in Italia

L’obiettivo primario di questa forma ibrida di strumento finanziario è quella di sbloccare i miliardi dormienti sui conti correnti dei cittadini

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Mobilitare la gigantesca massa di risparmi privati attualmente “fermi” sui conti correnti tradizionali a zero rendimento, canalizzandoli verso investimenti produttivi che supportino la crescita economica delle imprese europee e offrano alle famiglie rendimenti più elevati nel lungo termine. È questo il duplice obiettivo dei Savings and Investment Accounts (Sia), detti anche “conti correnti 2.0” o “strumenti finanziari ibridi” per il modo in cui sono stati concepiti, dal momento che in un unico prodotto connettono le caratteristiche di flessibilità tipiche di un tradizionale conto bancario con le potenzialità di rendimento dei mercati finanziari.

Nati nel solco delle direttive dell’Unione Europea, che vuole smuovere questa massa di risparmi bloccati, sono entrati di recente anche nel dibattito italiano: stando a quanto riferito da Italia Oggi, lo scorso 26 ottobre, con un’iniziativa congiunta, ABI, ANIA, Assogestioni, Assoreti e AIPB hanno infatti formalizzato una proposta di apertura a questo strumento indirizzandola al Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’intento è diffondere anche nel nostro Paese questo conto “smart” in grado di creare un ponte tra la proverbiale prudenza dei piccoli risparmiatori e le opportunità offerte dai mercati dei capitali.

Come funzionano i conti “intelligenti”

A metà strada tra la liquidità immediata di un conto corrente tradizionale e le prospettive di rendimento di un portafoglio titoli, i Sia si possono considerare come un vero e proprio “involucro fiscale”. La gestione operativa è affidata a intermediari autorizzati, dalle banche alle reti di consulenza finanziaria, passando per le compagnie assicurative e i broker online, che mettono a disposizione soluzioni semi-automatizzate oppure altamente personalizzabili a seconda delle necessità e delle conoscenze dell’utente.

Per quanto concerne la tipologia di investimenti ammessi si va dalle azioni alle obbligazioni, fino ad arrivare ai fondi comuni e agli strumenti d’investimento alternativo come gli Eltif e i FIA. Per tutelare il profilo di rischio della clientela retail, il perimetro tracciato dalle associazioni esclude categoricamente gli strumenti derivati e le criptovalute. La proposta prevede che almeno il 70% del portafoglio sia destinato a strumenti emessi da aziende dell’Unione Europea o dello Spazio Economico Europeo, con una quota non inferiore al 50% investita in azioni per supportare direttamente il capitale di rischio aziendale e un periodo di detenzione minimo di 5 anni per godere dei vantaggi previsti. Esistono due tipologie di Sia, ovvero:

  • Sia Base: è pensato per la maggior parte dei piccoli risparmiatori che vogliono investire in modo più accessibile, flessibile e meno rischioso. Investe su aziende sia grandi che piccole, con la possibilità di comprare o vendere le quote in modo più facile e veloce. Il livello di rischio è basso/medio, perché contiene anche società quotate in Borsa di grandi dimensioni, e ha limiti di conferimento più bassi (fino a 40mila euro all’anno, per un massimo complessivo di 200mila euro);
  • Sia Alternativo: è pensato per investitori che cercano rendimenti potenzialmente più alti, accettano un rischio maggiore e sono disposti a bloccare i propri soldi su aziende non quotate in Borsa o su piccole/medie imprese (PMI). Investe su piccole imprese e startup (tramite fondi di private equity, private debt o ELTIF ed altri FIA). Il livello di rischio è più alto e meno “liquido”, ossia è più difficile riavere subito indietro i soldi investiti, poiché i progetti aziendali richiedono anni per maturare. I limiti di conferimento sono più elevati, ovvero fino a 300mila euro all’anno, per un massimo complessivo di 1,5 milioni di euro.

Il vero elemento di attrattiva dei Sia risiede nel regime di agevolazione fiscale, modellato su esempi virtuosi già consolidati come l’Isk svedese o su formule a tassazione forfettaria, col chiaro scopo di disincentivare la tendenza a lasciare la liquidità ferma sui depositi. Gli analisti evidenziano tuttavia che, trattandosi di prodotti d’investimento e non di conti deposito puri, decade la rete di sicurezza standard garantita dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (che protegge la liquidità fino a 100mila euro).

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