Coerenza o carenza (di idee)? Tom Waits torna nel passato

Coerenza o carenza (di idee)? Tom Waits torna nel passato

Un bellissimo disco, forse. Ma sempre il solito disco, questo sì. Dunque Tom Waits ritorna tra pochi giorni, il 25, con le sue nuove canzoni. E le ha impacchettate sotto il titolo Bad as me, un divertente e allusivo giochino di parole con il suo autoproclamato nomignolo badass, ossia sostanzialmente bastardo. E già con la tromba che accompagna Chicago fino al suo primo dei mille groooowllll, il grugnito che diciamolo è una delle griffe di Tom Waits, l’album è quello che tutti si aspettano. Riassunto: una sorta di folk beatnik (non esiste ma lo ha inventato lui) ambientato negli anni Trenta o massimo Cinquanta che qui e là si raggomitola sul jazz come in Kiss me o allarga linee vocali di vecchio blues come in Raised right men. Se uno non ha mai ascoltato Tom Waits dice accidenti che roba. Favolosa. Persino il chitarrone di Hell broke luce è qualcosa che fa venire in mente un circo Barnum se solo il circo Barnum ci fosse stato ancora negli Anni Sessanta. Poi la scombiccherata Satisfied giochicchia con Satisfaction degli Stones («Ho detto che avrei avuto soddisfazione e sarò soddisfatto») e cita Mr Jagger e Mr Richards giusto per il gusto di farlo perché Keith Richards è un amico di famiglia e sul disco, oltre che in questa, suona anche in Hell broke luce e Last leaf. Niente di nuovo neanche qui: aveva già portato la sua chitarra in Rain dogs del 1985 e Bone machine del 1992, nel quale cantò pure in That Feel perdendo drammaticamente il confronto perché nessuno ha la voce di Tom Waits, nessuno. Sembra l’eco nella caverna di Polifemo. E in Get lost è smisurato, diventa quasi una parodia dell’Elvis più giovane al punto che tossisce prima del ritornello giusto per schiarirsi gli ultimi pezzi di voce. O è un sospiro, chissà. Mamma mia che botta, direbbe chi non ne ha mai prese altre, l’esordiente benvenuto nel mondo di Tom Waits. Ma il resto del pubblico? Vero che non c’è nulla di più nuovo del vecchio. Ed è vero pure che ormai la trasgressione viene dalla conservazione (e difatti c’è l’omaggio ai Rolling Stones, che sono la conservazione più ipertrofica che ci sia). Però con picchi di eccezionale livello come in Mule variations, quello che viene chiamato l’orco di Pomona fa lo stesso disco da quasi vent’anni, dal Bone machine che aveva spaventose iniziezioni di energia dal basso di Les Claypool e dalla batteria di Brian Mantia, due che non fanno prigionieri. Insomma, caro Tom Waits, fatto l’elogio della lentezza e vaccinato con la battuta «Io so solo che ho preso un sacco di multe per eccesso di velocità» (dall’intervista a Paolo Sorrentino su D di Repubblica), non bisogna rischiare di rimanere immobili. Lenti sì. Ma fermi no. E il bellissimo Bad as me è un disco fermo. D’accordo, Tom Waits è un cliché in senso positivo, è inimitabile insomma, e la sua musica è in convergenza parallela con tutte le altre del mondo. Se vogliamo, ha creato l’unico, o quasi, genere musicale suonato da un solo musicista: lui stesso.

E allora, leggendo che Spin, l’autorevole Spin, ha definito Bad as me bello e tiratissimo, viene il sospetto che nel cliché sia caduta anche la stampa. Tutta sempre esultante. Tutta senza se e senza ma. Tutta a fare quello che al vecchio Tom Waits non sarebbe mai piaciuto: l’applauso a prescindere.

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