Com'è bello (ri)prendere il largo

La quarantena è stata un'Odissea, ma la vera traversata comincia adesso.

La quarantena è stata un'Odissea, ma la vera traversata comincia adesso. Sarà un'estate diversa, questa post emergenza Coronavirus, per tutti gli italiani che amano il mare. Le spiagge pubbliche e i lidi privati cercano ancora la quadra tra ombrelloni a debita distanza e regole cervellotiche, che mal si conciliano con il concetto stesso di relax. Gli italiani di rito balneare desiderano tornare a godersi le vacanze, punto e basta. La terza via tra la sabbia dei divieti e la montagna d'agosto è navigare. Un'ancora di salvezza anti-panico. Una soddisfazione per chi da anni investe fatica e denaro per avere in cambio momenti di svago lontano dal caos: il tempo è stato galantuomo, va in scena la riscossa dei diportisti. Chi invece la barca l'aveva lasciata in rimessaggio, in attesa di periodi migliori, ha preso in mano la calcolatrice e ha fatto qualche conticino. Con l'aumento dei prezzi e la riduzione dei posti negli stabilimenti, quasi quasi conviene rimettere mano alla carena, dare grasso alla timoneria e riportare la creatura di vetroresina in acqua. Tanto che perfino chi è meno avvezzo a boma e gassa d'amante ci sta facendo più di un pensiero: «Al diavolo stress e assembramenti: quest'estate le ferie le passo in barca!». Confermano nei cantieri di tutta Italia: a costi paragonabili a quelli di un abbonamento a due sdraio e un ombrellone per l'intera stagione, è possibile noleggiare un'imbarcazione «chiavi in mano» e lasciarsi alle spalle le paranoie da contagio.

Intendiamoci, in mare non basta la voglia di avventura e servono prudenza e competenza. Non ci si improvvisa, le onde per domarle devi avercele prima nel cuore. Però la tendenza è netta: l'emergenza sanitaria appena vissuta ci ha trasmesso un modo diverso di impegnare il tempo libero. Perciò ora vogliamo prendere il largo. Ci hanno riempito la testa per quattro mesi con il «distanziamento sociale» - pessima espressione - ma cosa c'è di più buono e positivo nel distanziamento che si prova quando si viaggia in mare aperto? Dopo anni di persecuzioni (fiscali) e di pregiudizi (classisti), la nautica prova a vincere la sfida. Lo fa in maniera diversa rispetto ai cliché del passato, ché dopo quest'ultima tempesta è cambiato definitivamente il mondo. La vacanza in barca (a vela, ma non solo) è tornata un affare di famiglia, il mezzo si trasforma in un porto franco che strizza l'occhio pure ai bambini; magari si perde quel gusto dell'imprevisto anche e soprattutto nella conoscenza dell'altro, ma è un pegno da pagare verso il graduale ritorno alla normalità. In mare, come successo in altri campi, il modello dello sharing che aveva avvicinato nuove folle di appassionati al mondo della nautica d'ora in poi andrà rivisto e corretto. Come d'altronde per ripartire davvero e ridare slancio all'ennesima eccellenza tutta italiana, cioè il «turismo del blu» con 8mila chilometri di coste, di isole e gioielli nascosti, vanno rimodulate le regole che dovrebbero accompagnarci nella Fase 2, di convivenza con il virus. In barca non possono esistere barriere o plexiglas, le uniche mascherine ammesse sono quelle da sub, gli equipaggi condividono da sempre cabina e cambusa anche se non sono catalogabili alla voce «congiunti». Non è disprezzo delle regole, semmai è buonsenso e rispetto di un ecosistema che è insieme cultura, storia e tradizione. Il mare, in definitiva, è immensamente più profondo di un Dpcm. A pensarci bene ce lo spiegava oltre quarant'anni fa Lucio Dalla, e non esistono parole migliori: «Il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare/Così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare...». Ma non ci lasceranno a terra.

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