Contro di me il solito maschilismo

di Barbara Saltamartini*

Caro Direttore,
dalla reazione virulenta con cui, in un editoriale, ha commentato la mia proposta per l’introduzione del congedo obbligatorio di paternità, mi rendo conto, non senza soddisfazione, di aver pienamente colpito nel segno. Questa impressione è rafforzata dall'attacco di stampo personale che il suo giornale mi dedica a pag. 19, ove vengo descritta come la «signora» senza figli che vuole bloccare gli uomini in carriera per 4 giorni a casa. Sorvolo sull'immancabile riferimento ai miei orecchini o al modo di indossare le sciarpe, sintomo di una non comune capacità di osservazione dell'autrice del pezzo, e giungo subito al cuore della questione. Mi aspettavo che la mia proposta destasse le levate di scudi di quel maschilismo strisciante che, purtroppo, ancora ammorba la nostra società, impedendo alle donne di vivere alla pari con gli uomini. Un maschilismo gattopardesco che vuole che tutto rimanga com'è, soprattutto in famiglia. Un maschilismo, ancora, che per far valere le proprie ragioni non esita a spostare l'argomento del dibattito dal merito allo status di chi l'ha proposto, con buona pace della privacy tanto difesa dal centrodestra. Non le dirò perché non ho figli, domanda che a una donna di 37 anni il bon ton consiglia di non porre. Ma è certo singolare affermare, come fa il suo quotidiano, che solo chi ha prole può proporre leggi sulla maternità e la paternità. Seguendo questo ragionamento, dovremmo concludere che le norme sulle pensioni vanno scritte dai pensionati e quelle sulla giustizia dai magistrati. È evidente che qualcosa non torna. E questo qualcosa, a mio avviso, ha proprio a che fare con le inevitabili resistenze alla rivoluzione culturale che la mia legge comporta. Ossia, il passaggio dalle tanto vituperate pari opportunità a un sistema di pari responsabilità nell'ambito familiare, concetto che - autorevoli statistiche alla mano - nel nostro paese ancora non esiste. Mi rendo conto che si tratta di un'idea difficile da accettare ma proprio per questo sono lieta che sulla questione si sia aperto un dibattito. E qui mi deve concedere alcune fondamentali precisazioni. Temo, infatti, che lei abbia parlato della mia proposta di legge senza averla nemmeno letta. Ho deciso, dunque, di inviargliela per posta, di modo da darle la possibilità di studiarla nella maniera più approfondita. Nel suo editoriale, infatti, lei allude a 4 giorni di «arresto» in ospedale per i neopapà, costretti a un riposo stralunante e forzoso da scontare immediatamente dopo la nascita. Nello stesso tempo ammette che un congedo da consumare più avanti sarebbe invece utile e benvenuto. Ma è proprio quello che è previsto nel mio testo! Quando finalmente avrà modo di leggerlo, scoprirà scritto chiaro e tondo che il congedo obbligatorio di paternità va preso entro tre mesi dalla nascita del figlio. E si accorgerà anche di tutta una serie di misure accessorie, come i permessi retribuiti di paternità, la possibilità per il padre di chiedere una riduzione dell'orario di lavoro nella misura del 25% e gli incentivi economici ai congedi parentali. Ciò insieme a norme che tutelano meglio le donne, aumentando la flessibilità dei periodi di riposo e considerando anche le esigenze delle lavoratrici autonome e delle libere professioniste.
Infine, caro Feltri, mi conceda una boutade. I neopapà che lei descrive, inchiodati a fianco delle mamme quasi fossero condannati alla forca, mi stimolano un pensiero carico di sollievo. Semmai la cicogna dovesse venirmi a trovare, meno male che non avrò lei al mio fianco!
*responsabile Pari opportunità del Pdl

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