Così la moda incontra le brioches

Cavalleria Rusticana ha aperto la stagione estiva dell'Opera Giocosa, al Priamar, raccogliendo i consueti calorosi applausi del pubblico, nonostante la forzata attesa che ha ritardato di ben quaranta minuti la tabella di marcia della serata. Che la scelta della data fosse quantomeno azzardata, visti (e previsti) gli ingorghi autostradali dell'ultimo fine settimana di giugno, è fuor di dubbio: fatto sta che la buca dell'orchestra, all'orario di inizio, era deserta, salvo poi riempirsi a spizzichi e bocconi. Nel senso anche di panini e gelati, visto che qualche musicista era alle prese (senza troppa fretta) con la cena saltata. Spartiti volanti, qualche squillo di telefonino, un paio di posti ancora vuoti a bacchetta alzata. Quantomeno anomalo, anche se l'orchestra (Sinfonica di Sanremo) veniva da fuori. E ci teniamo a sottolineare la nostra piena solidarietà per le condizioni border-line in cui sono costretti a lavorare, situazione ingiusta e che lede, anche economicamente, la loro professionalità, ma questo è un altro paio di maniche. La correttezza verso il pubblico, innanzitutto: anche questa è professionalità.
Ma veniamo allo spettacolo. Bella la pagina (anche questa di Mascagni) «A Giacomo Leopardi», in apertura di serata, ben interpretata da Elena Nebera (che veste anche i panni di Santuzza nell'opera), una voce dal timbro scuro e corposo, e ben condotta da Giovanni Di Stefano, che ne ha sottolineato con gusto e musicalità le sfumature dinamiche ed espressive. Cavalleria Rusticana è iniziata, ironia della sorte, con un guasto tecnico, che ha impedito la proiezione dei video (Antonio Giacomin) previsti dalla regia di Francesco Torrigiani. Interessante, sulla carta, la commistione di teatro greco - con movimenti lenti e con il coro che a tratti assiste dalla rovina dell'anfiteatro - e linguaggio cinematografico, senz'altro da vedere realizzata. Unica nostra riserva, l'aver incentrato la scena (Pier Paolo Bisleri) sulla ripida pedana, funzionale solo al discutibile coupe de theatre finale, il cadavere di Turiddu fatto rotolare in scena: atto «osceno» (o-skené, letteralmente fuori dalla scena) in un contesto classico dove il morto, oltre all'assassinio, non deve comparire. Né, del resto, lo ha previsto Mascagni.
Passiamo agli interpreti: migliori le voci femminili, tra cui la già citata Elena Nebera, che ha tracciato una Santuzza «sicula», passionale e straziata; e brava anche Angela Nicoli (Lola), che alla civetteria ben portata del personaggio ha unito una buona tecnica vocale e una voce rotonda. Buona prova anche per Giorgia Bertagni (Lucia). Meno intensi gli uomini, in particolare Stefano La Colla (Turiddu), non sempre impeccabile e un po' discontinuo, più corretto Francesco Landolfi (Alfio). Direzione sensibile e attenta del maestro Di Stefano. Belli i costumi di Greta Podestà.

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