Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 12:51
Cronaca giudiziaria

Aggredito dal branco in corso Como, respinta la richiesta di domiciliari per Chiani. Il gip: “Il carcere unica misura idonea al momento”

I genitori del ragazzo, che ha trascorso sei mesi in ospedale e che è rimasto invalido, hanno scritto una lettera per esprimere il loro turbamento per la richiesta di scarcerazione. Per il gip il ventenne non ha esitato “a usare un’arma per affermarsi agli occhi degli amici”

"Stuprata da cinque sconosciuti": la violenza del branco a Milano

Non è stato un gesto d’impeto dovuto alla “concitazione del momento”. Anzi, il “curriculum delinquenziale” e una “condotta di vita” che si ricavano dalle stesse parole dell’imputato, così come l’uso di “un’arma per colpire la persona che si opponeva alla sottrazione dei suoi beni” è stata la “logica conseguenza del percorso che l’imputato aveva intrapreso”.

Sono le parole usate dal giudice Alberto Carboni che con un provvedimento depositato poco fa ha rigettato la richiesta di sostituzione della misura cautelare, dal carcere ai domiciliari, per Alessandro Chiani. La vicenda aveva colpito molto l’opinione pubblica: era l’ottobre 2025 quando il 22enne Davide Cavallo, rimase invalido a seguito di un’aggressione in corso Como per una rapina di 50 euro a cui ha partecipato anche il Chiani. Quest’ultimo è stato condannato a 20 anni e dieci mesi mentre l’altro aggressore solo a 10 mesi per omissione di soccorso. “La custodia in carcere - scrive il gip- continua a essere la sola misura idonea in quanto gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico presuppongono pur sempre la capacità del soggetto di autocontrollo e di valutare

l’opportunità delle proprie scelte anche in un’ottica delinquenziale (cosicché il rischio di aggravamento della misura dovrebbe costituire una spinta al rispetto delle prescrizioni imposte)”. Secondo il gip però Chiani ha mostrato di essere pronto ad affrontare “conseguenze penali gravissime (quali quelle che derivano dall’accoltellare al ventre un ragazzo indifeso) pur di vedere soddisfatto il futile desiderio di auto affermazione agli occhi degli amici con cui si apprestava a trascorrere una serata in discoteca”. Dopo la lettura della sentenza, a giugno, la vittima, rimasta in ospedale per sei mesi, aveva abbracciato gli aggressori. Ma i suoi genitori nei giorni scorsi, di fronte alla richiesta di domiciliari, avevano scritto una lettera in cui esprimevano il loro “turbamento”, e sostenendo che “un percorso realmente riparativo richiede tempo, sacrificio, continuità e una responsabilizzazione autentica che non può essere anticipata o presunta”.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.