“Dal punto di vista penale si tratta di lesioni colpose all’integrità psicofisica. Da quello civile c’è tutto un elenco di danni morali e fisici. Siamo al lavoro per quantificarlo, ma si aggirerà in una forbice tra i 500 mila e il milione di euro”. Francesco Petruzzi è il legale della coppia di Napoli che è stata vittima di un grossolano errore medico nell’ambito di una procedura di fecondazione in vitro.
L’anno scorso ha deciso di sottoporsi alla procedura all’ospedale San Paolo di Napoli per avere un secondo figlio. A giugno 2025 è nata la loro bambina, ma il dna ha rivelato che non è la loro figlia biologica. Non è stato infatti impiantato uno dei cinque embrioni congelati con i gameti dei genitori, un 41enne e una donna di 36 anni, ma quello di un’altra coppia che si era sottoposta alla stessa procedura. “Quando abbiamo scoperto lo scambio di embrioni siamo entrati in un vortice di emozioni, ci siamo chiesti se i nostri erano stati impiantati a un’altra coppia” e ”ciò che ci tormenta è l’idea che possa esistere da qualche parte un nostro figlio biologico". Questa ultima eventualità, però, precisa la Asl Napoli 1, non esiste: “Non c’è stato alcuno scambio di embrioni ma un errore nella procedura di impianto”. Vale a dire che è stato impiantato l’embrione di un’altra coppia ma quelli che appartenevano a loro non sono stati inseriti in un’altra donna. Questo significa che non esiste, come i genitori temevano denunciando il fatto, un loro figlio biologico.
Come è stato ricostruito, i dubbi sul fatto che si trattasse della loro figlia biologica sono nati quando alla coppia è stato comunicato il gruppo sanguigno della bimba, non corrispondente né a quello della madre né a quello del padre. I successivi approfondimenti diagnostici, con il test del Dna, hanno confermato i sospetti: la bimba biologicamente non era figlia loro. L’esposto ha portato all’apertura di un fascicolo, tutt’ora pendente, per lesioni colpose e agli accertamenti del Nas di Napoli, su delega della pm Stella Castaldo, nel centro di procreazione medicalmente assistita del centro di Fuorigrotta. La coppia precisa di “aver riconosciuto” la bambina, che “intendiamo crescere”.
“La cosa che fa più male - tiene a sottolineare l’uomo - è che noi ci eravamo affidati completamente a quella struttura, convinti che il nostro progetto di diventare genitori fosse nelle mani di professionisti. Scoprire un errore del genere ha stravolto la nostra vita e distrutto la fiducia che avevamo nell’ospedale. Ancora oggi conviviamo con domande alle quali nessuno è stato ancora in grado di dare una risposta, nonostante sia passato più di un anno, e questo è uno degli aspetti più difficili da accettare”.
Già alla fine di luglio, nel centro di Procreazione medicalmente assistita dell’ospedale San Raffaele di Milano, è stato impiantato ad una donna un embrione crioconservato che era destinato a un’altra coppia. Si è trattato di un “errore umano”: in sala d’attesa quella mattina c’erano due donne, ma quella che doveva essere chiamata per prima è stata invece convocata per seconda, con il transfer eseguito quindi alla paziente sbagliata. Nel centro si sono accorti in fretta dello scambio - passano solo otto minuti - e, dopo 24 ore, la donna a cui è stato impiantato l’embrione sbagliato viene convocata e procedere all’interruzione della gravidanza, con un’aspirazione endometriale. L’altra coppia, invece, non è stata avvertita subito, anche per evitare ulteriore stress, e per loro l’operazione è andata a buon fine con il transfer di un secondo embrione che apparteneva a lei.
Dopo questo episodio, i vertici della Sanità pubblica spingono perché nei centri di procreazione medicalmente assistita entri il sistema anti-errore. “Si raccomanda di acquisire il sistema di testimonianza elettronica, considerati i volumi di attività del Centro”: è l’indicazione recapitata all’ospedale dagli ispettori del Centro nazionale trapianti e dell’Ats al termine dei controlli, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. A Milano lo avrebbero soltanto quattro centri: Mangiagalli, San Paolo, Igea e la clinica La Madonnina. Il sistema RI Witness è sul mercato dal 2007, con oltre trecento installazioni nel mondo, ma in Italia non è obbligatorio: averlo o no dipende dalla scelta del singolo centro. Al San Raffaele l’acquisto aveva ricevuto un’“approvazione informale il 21 luglio”.
