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Cronaca giudiziaria

Insultò Segre e gli ebrei, ora ricorre in appello

Parodi disse di volerli “vedere tutti appesi per i piedi”

Consigliere triestino: "La Segre ha detto che Gesù era ebreo. Da cattolico sono offeso"

Cecilia Parodi fa appello contro la condanna per diffamazione e propaganda per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. Su Instagram, commentando un intervento in Senato di Liliana Segre, aveva definito la senatrice testimone dell’Olocausto una «demente senza cuore». Lanciando un’invettiva contro gli ebrei, sostenendo di odiarli: «Se un giorno dovessi vedervi tutti appesi per i piedi, non basta piazzale Loreto, serve piazza Tienanmen per appendervi tutti, io vi giuro che sarò in prima fila a sputarvi addosso». A novembre dovrà vedersela con i giudici della corte d’appello, per la sentenza di secondo grado: in abbreviato il gup Luca Milani l’ha condannata a un anno e sei mesi. Nell’atto di appello, firmato dal suo avvocato Elio Giannangeli, si contesta innanzitutto la presunta tardività della querela: il video risalirebbe a marzo 2024 mentre la denuncia di Segre è di quattro mesi dopo, luglio 2024. Entrando nel merito, la difesa lamenta il mancato riconoscimento della scusante della provocazione che comporta la non punibilità di chi offende nello stato d’ira determinato da un «fatto ingiusto» altrui. Quale sarebbe la condotta ingiusta di Segre? L’avere detto in pubblico: «Ora la parola genocidio è usata per qualsiasi cosa». A sostegno di questa tesi, il difensore cita un rapporto presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite del marzo 2024, a firma di Francesca Albanese, la contestata relatrice Onu e un comunicato di Amnesty International. Nell’atto si sostiene anche, tra gli altri motivi, la mancanza dell’aggravante dell’attribuzione di un fatto determinato e della finalità di odio etnico e razziale: si dice insomma che le dichiarazioni lesive dell’onore non vengono attribuite alla etnia ma alla «persona». Il gup aveva invece motivato la presenza dell’aggravante sostenendo che le frasi rivolte alla Segre erano un chiaro segnale di«odio e disprezzo» posto che proprio la senatrice, nell’immaginario collettivo, ricopre il ruolo di voce autorevole rispetto alle tematiche relative alle persecuzioni del popolo ebraico. Infine, tra gli altri motivi del ricorso, si contesta la non concessione delle generiche. E si sottolinea in questo passaggio lo «stato emotivo» della Parodi che «è stata destinataria di minacce di morte». Nel processo erano parti civili, oltre a Segre, la «The International Association of Jewish Lawyers and Jurists», assistita dall’avvocato Luigi Florio e l’Ucei con l’avvocato Tommaso Levi.

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