La vicenda di Audrey Ubeda supera i confini di una singola storia giudiziaria e si trasforma in un nuovo banco di prova per il sistema italiano di contrasto alla violenza domestica. La Corte europea dei diritti dell'uomo, con una sentenza depositata il 2 luglio, ha condannato l'Italia ritenendo che le autorità non abbiano garantito una protezione adeguata né alla donna né ai suoi due figli, vittime di violenze domestiche.
La decisione arriva dopo il ricorso presentato dalla cittadina francese residente in Italia, che aveva denunciato nel 2021 l'allora compagno per presunte violenze fisiche, psicologiche e sessuali. Ma il significato della sentenza va ben oltre il suo caso personale: la Corte richiama infatti l'Italia agli obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dalla Convenzione di Istanbul, indicando carenze strutturali nella gestione delle denunce di violenza di genere.
"Per me è una svolta, un nuovo inizio, mi sento come una Fenice che rinasce dalle ceneri. Ma la soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché mai più si ripeta un caso come quello che aveva sconvolto la mia vita", ha dichiarato all'ANSA Ubeda. Nata in Francia da padre spagnolo e mamma campana, 42 anni, laureata in Economia, Audrey si sente italiana a tutti gli effetti, si è trasferita nel Salernitano dove lavora in una azienda.
La Corte: “Stereotipi sessisti hanno prodotto una seconda vittimizzazione”
Il passaggio destinato ad avere il maggiore impatto riguarda il linguaggio utilizzato nella richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Benevento nel novembre 2021.
Secondo la Corte, alcune valutazioni contenute nell'atto riflettono "una cultura sessista e stereotipata". In particolare, i giudici di Strasburgo hanno ritenuto incompatibili con gli obblighi di tutela le considerazioni secondo cui uno degli episodi denunciati sarebbe stato un semplice "cattivo scherzo" e l'affermazione secondo cui sarebbe "normale" che un uomo debba superare una minima resistenza della partner nei rapporti sessuali.
Per la Corte europea, simili argomentazioni hanno determinato una forma di vittimizzazione secondaria, cioè un ulteriore danno provocato non dall'autore delle presunte violenze ma dalle stesse istituzioni chiamate a proteggere la vittima. La sentenza richiama inoltre le osservazioni formulate negli ultimi anni dal GREVIO, l'organismo del Consiglio d'Europa incaricato di vigilare sull'applicazione della Convenzione di Istanbul, che aveva già espresso preoccupazione per la persistenza di stereotipi di genere nell'amministrazione della giustizia italiana.
La Corte, tuttavia, precisa che il problema non riguarda soltanto quelle espressioni. Pur riconoscendo che le autorità reagirono rapidamente dopo la denuncia – aprendo il procedimento penale e disponendo il collocamento della donna e dei figli in una casa rifugio – Strasburgo conclude che l'intera indagine non ha soddisfatto i requisiti di tempestività, completezza ed efficacia richiesti dalla Convenzione europea.
Non solo le parole: indagini inefficaci e tre anni in una casa rifugio
Uno degli aspetti più innovativi della decisione riguarda la gestione delle misure di protezione. La Corte non mette in discussione la scelta iniziale di collocare madre e figli in una struttura protetta, ritenendola necessaria per evitare una possibile escalation della violenza. Il problema, secondo Strasburgo, è che quella misura è rimasta sostanzialmente immutata per oltre tre anni, senza una verifica costante della sua proporzionalità.
Nel frattempo, osservano i giudici, non sarebbero state valutate concretamente soluzioni alternative, come l'assegnazione della casa familiare alla donna oppure l'autorizzazione al trasferimento in Francia, richiesta dalla ricorrente. Il risultato è stato paradossale: mentre il presunto autore delle violenze non risultava sottoposto a misure equivalenti, la principale limitazione della libertà è ricaduta proprio sulle presunte vittime.
Una sentenza destinata a pesare sulla giurisprudenza italiana
La decisione della Corte europea arriva mentre il procedimento penale nazionale è ancora in corso. La Corte ha inoltre censurato i tempi della giustizia minorile. Il Tribunale per i minorenni ha impiegato oltre tre anni per adottare la decisione definitiva sulla responsabilità genitoriale, mentre altre richieste fondamentali – tra cui il trasferimento della famiglia all'estero – non avevano ricevuto una risposta esplicita.
Per queste ragioni la Corte ha accertato la violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e ha condannato l'Italia al pagamento di complessivi 60 mila euro tra risarcimenti e spese legali.
Ma il valore della sentenza va oltre l'aspetto economico: il pronunciamento riafferma che, nei casi di violenza domestica, la protezione delle vittime non può limitarsi all'adozione di misure emergenziali. Gli Stati hanno il dovere di garantire indagini efficaci, decisioni tempestive e un approccio libero da stereotipi di genere, affinché la ricerca di giustizia non diventi essa stessa una fonte di ulteriore sofferenza.