«Da quanto lavori qui? Lo sai che se ti tiro uno schiaffo ti spacco la faccia?». Ancora: «Puttana ti ammazzo vedrai ti aspetto fuori e ti prendo a pugni in faccia e te la farò pagare». Non furono momenti facili, quelli vissuti il 10 giugno scorso dalla titolare di un negozio al Lorenteggio dove aveva fatto irruzione un nutrita e agguerrita banda di ladre, che si erano messe a svuotare gli scaffali riempiendo sacche e borsoni. La negoziante non si è persa d'animo, ha bloccato l'uscita nonostante il bastone impugnato dalle ladre e ha chiamato la polizia. Morale: sei arrestate per rapina impropria, tutte femmine, di cui quattro maggiorenni, una diciassettenne e una quattordicenne. Le prime finiscono sotto accusa davanti al tribunale ordinario, le due più giovani davanti al tribunale dei minori. E qui la loro sorte si biforca in un modo che sembra smentire che la giustizia minorile abbia la mano più morbida di quella degli adulti. In questo caso invece a cavarsela meglio sono le maggiorenni, liberate in blocco dal giudice preliminare. Mentre le due ragazzine sono state rinchiuse dapprima in un carcere minorile e poi spostate in comunità, visto il rischio concreto di «reiterazione», su ordine del tribunale del Riesame.
Nel provvedimento che scarcera le 4 maggiorenni il giudice preliminare riporta le loro dichiarazioni («io non ho fatto questo casino, volevo comprare qualcosa per il mio bambino, era la prima volta che entravo in quel negozio» «nego di avere minacciato la titolare, il bastone volevo comprarlo» «la signora del negozio mi ha insultata, mi ha detto zingara di merda vieni qui a rubare») ma spiega che la versione delle arrestate «non appare credibile» soprattutto quando negano di conoscersi tra di loro. Anche sulla base dei video, e della refurtiva trovata nelle borse e nei reggiseni, il giudice scrive che «il quadro indiziario è difficilmente scalfibile per la sua gravità». Però poi il giudice le libera unica misura a carico di due di loro, la presentazione in commissariato: di una scrive che «è alla sua prima esperienza di arresto che ha già di per sé un'efficacia deterrente», di un'altra che ha un precedente ma «piuttosto risalente», di due che «sono madri di minori in tenerissima età». E insomma che «può confidarsi che l'esperienza dell'arresto abbia posto un concreto freno a future azioni predatorie». Tutte libere.
Ben diverso il tono del tribunale del Riesame per i minorenni nel valutare la posizione della 17enne. «I fatti appaiono connotati da gravità ed esprimono significativa capacità organizzativa (..) si è trattato di un gesto delittuoso pianificato ed organizzato». Il tribunale riconosce che T.
si è dichiarata pentita ma dice che comunque c'è il rischio che torni a delinquere: pertanto la spedisce in una comunità in Calabria «in quel contesto avrà l'opportunità di ricevere i necessari stimoli in funzione di rivisitazione critica delle condotte antigiuridiche e di presa di distanza dalle medesime». Pochi mesi di differenza di età, destini assai diversi (e comunque il legale di T. prepara il ricorso in Cassazione).