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Cronaca internazionale

“C’erano cadaveri ammucchiati”. “Dite alla mia famiglia che sono vivo”. Le testimonianze strazianti dalla strage ferroviaria di Toledo

Ventiquattr’ore dopo la tragedia, proseguono le ricerche tra le lamiere. I racconti drammatici dei primi soccorritori, le storie dei sopravvissuti e l’angoscia delle famiglie in attesa di notizie

Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

URDA (TOLEDO) - Ventiquattr’ore dopo, la Spagna continua a cercare i suoi morti. Le gru sollevano i vagoni accartocciati, i cani fiutano tra le lamiere, gli uomini della Guardia Civil controllano che sotto ogni pezzo di ferro non ci sia un altro corpo. Il bilancio è di 69 vittime e oltre cento feriti. Ci sono resti umani recuperati durante la notte, persone ancora da identificare, famiglie che aspettano. E un Paese che, per la seconda volta in nove mesi, si interroga sulla sicurezza dei suoi treni.

Nella campagna di Urda, in provincia di Toledo, il disastro ha lasciato una ferita lunga centinaia di metri. Carrozze rovesciate, sedili strappati, vetri, bagagli sparsi lungo la scarpata. Il treno Ave di Renfe, con 397 persone a bordo, ha travolto un convoglio Iryo che ne trasportava 147. Viaggiavano entrambi da Madrid verso Siviglia. Il primo ha raggiunto il secondo mentre era fermo sulla stessa linea. L’urto ha scaraventato alcune carrozze fuori dai binari, imprigionando i passeggeri tra acciaio e vetro.

La cronaca dello schianto è ormai conosciuta. Quello che resta, un giorno dopo, sono le storie di chi è sopravvissuto, di chi ha tentato di salvare gli altri e di chi non ha ancora ritrovato un familiare.

“Continuiamo a lavorare con molta cautela, perché non possiamo essere certi che non ci siano altre vittime”, spiega Esther Padilla, portavoce del governo regionale della Castilla-La Mancha. Il presidente Emiliano García-Page conferma il recupero di altri resti umani durante la notte. Un vagone è ancora rovesciato. Le ricerche non possono dirsi concluse.

Le testimonianze dei sopravvissuti e dei primi soccorritori

Antonio García Condado ha 78 anni, è un farmacista in pensione. Mercoledì mattina stava facendo colazione quando la figlia gli ha annunciato che due treni si erano scontrati. Ha preso la macchina ed è arrivato tra i primi. Quello che ha visto continua a raccontarlo con fatica.

“C’erano cadaveri ammucchiati uno sopra l’altro, persone che stavano morendo”. Ha cercato di tranquillizzare i feriti. Uno era disteso a terra, ancora appoggiato al sedile, con il volto insanguinato. Un altro parlava al telefono con la famiglia. Un terzo continuava a chiedere un’ambulanza. “Mi sono voltato e ho visto che gli mancava un braccio”.

Antonio è tornato alla farmacia, ha raccolto bende, garze, medicinali ed è ripartito verso i treni distrutti. Poteva soltanto medicare, rassicurare, aspettare l’arrivo dei soccorsi.

Un uomo ferito, disteso sulla ghiaia, è riuscito a telefonare grazie al cellulare di un altro passeggero. “Dite a Maite che sono vivo, che la amo, che voglio bene ai bambini”. Aveva una gamba fratturata, non sapeva nemmeno dove si trovasse. Voleva soltanto che la sua famiglia sapesse che era sopravvissuto.

José Manuel, un sacerdote arrivato dalla vicina Consuegra, racconta di aver trovato “corpi smembrati e volti completamente insanguinati”. Ha impartito l’estrema unzione a due persone. Ricorda soprattutto quei feriti che chiedevano ai sanitari di occuparsi prima di chi stava peggio.

Intanto, negli ospedali della Castilla-La Mancha, i medici hanno lavorato per tutta la notte. Secondo l’aggiornamento di giovedì mattina, 110 feriti sono stati ricoverati, 60 sono stati dimessi e 50 restano in ospedale. Quattro dei quindici pazienti inizialmente classificati tra i più gravi mostrano segni di miglioramento. La macchina regionale dei soccorsi ha mobilitato circa 1.300 operatori, 150 mezzi sanitari e sette elicotteri. Durante i trasporti aerei sono state effettuate otto trasfusioni di sangue.

Alcuni superstiti sono riusciti a uscire dalle carrozze distrutte. Jorge Guales, colombiano di 53 anni, viaggiava nel settimo vagone dell’Iryo. Iñaki García, sessant’anni, nel secondo. Sono vivi. Altri passeggeri sono stati recuperati tra i sedili divelti o hanno raggiunto i campi circostanti.

Le indagini sulle cause dello schianto e l’attesa delle famiglie

La Guardia Civil ha raccolto 64 denunce relative a persone di cui i familiari non avevano notizie, segnalazioni che possono riguardare anche uno stesso passeggero. L’identificazione delle vittime prosegue mentre gli investigatori cercano di ricostruire le cause della collisione.

Il ministro dei Trasporti Óscar Puente parla di una decisione “inspiegabile”. L’ipotesi iniziale è quella di un errore umano nella gestione della circolazione, dopo un guasto al sistema elettronico di sicurezza. Resta da accertare perché gli altri dispositivi di protezione non abbiano impedito a un treno di raggiungerne un altro fermo sui binari. La magistratura ha aperto un’inchiesta. Le registrazioni delle comunicazioni e i dati delle scatole nere dovranno chiarire le responsabilità.

È il secondo disastro ferroviario dell’alta velocità spagnola in meno di un anno. Dopo i 46 morti di Adamuz, a gennaio, la Spagna torna a interrogarsi sull’affidabilità di una rete che aveva fatto della modernità e della sicurezza i suoi simboli. Il governo di Pedro Sánchez ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

Ventiquattr’ore dopo, il palazzetto dello sport di Urda non è più il luogo dell’attesa. Ieri aveva accolto i familiari dei passeggeri. Erano arrivati con fotografie sui telefoni, nomi scritti su fogli di carta, numeri chiamati decine di volte senza risposta. Cercavano un marito, una figlia, un fratello.

Alle sei del pomeriggio un rappresentante delle ferrovie aveva annunciato il trasferimento alla caserma della Guardia Civil di Toledo. Lì sarebbero cominciate le procedure di identificazione: denunce di scomparsa, descrizioni dei vestiti e dei segni particolari, prelievi del Dna.

Tra quelle persone c’era Ciprés. Stringeva al petto il suo cane e cercava Emeterio, suo marito, partito da Siviglia. Il nome dell’uomo non compariva negli elenchi che le avevano consegnato. “Voglio pensare che sia ferito”, aveva detto. Poi aveva aggiunto che, se fosse stato ferito lievemente, avrebbe già trovato il modo di chiamarla.

Non sappiamo se quella telefonata sia arrivata. Sappiamo che Ciprés, come gli altri familiari, ha dovuto lasciare il palazzetto e continuare altrove la ricerca. A Urda si cercano ancora i corpi. A Toledo si cerca di dare un nome a ciascuno di loro. È la parte della tragedia che comincia quando i soccorritori hanno fatto tutto il possibile e qualcuno deve riconoscere una persona amata attraverso un documento, un segno particolare, un campione di sangue. E un telefono che non squilla può essere ancora, per chi aspetta, una ragione per sperare.

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