L’allarme è scattato nelle caserme, dove le condizioni sanitarie stanno precipitando insieme alla sicurezza della città. Almeno 14 militari del contingente spagnolo inviato a presidiare la frontiera hanno contratto la scabbia. Il contagio è scaturito direttamente dal contatto stretto sul campo con le migliaia di migranti irregolari che hanno invaso Ceuta varcando in massa i confini dal vicino Marocco. Soldati del Gruppo dei Regulares n. 54 che, dopo aver gestito i fermi e i primi soccorsi dei clandestini infetti, si sono ritrovati stipati in alloggi di fortuna come l’antica Batteria di Costa K-8 a García Aldave, dove la mancanza di adeguate misure di profilassi e la promiscuità hanno fatto il resto. Il timore concreto è che l’infezione sanitaria, importata dai flussi incontrollati e passata alle truppe a presidio della città, possa ora travolgere anche la popolazione civile.
L’exclave spagnola in terra d’Africa è ormai una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. A Ceuta la parola «temporaneo» ha il sapore amaro dell’inganno. Lo sanno bene i residenti, lo grida a gran voce l’amministrazione locale guidata da Juan Jesús Vivas: le tendopoli spuntate come funghi per accogliere almeno 1.500 clandestini rischiano di trasformarsi nell’ennesimo ghetto permanente a due passi dall’Europa.
Il piano del governo centrale di Madrid, annunciato in pompa magna dal ministro Elma Saiz, prevede l’allestimento di quattro mega-spazi per l’assistenza umanitaria: dal campo da calcio dell’ex caserma di Cavalleria alla vecchia fabbrica di Guano, passando per l’Ippodromo e l’area di Loma Colmenar. Si cercano capannoni per «concentrare la gente», mentre per le strade della città autonoma la tensione si taglia con il coltello. Madrid promette accoglienza, ma dimentica la realtà. Per completare gli iter di espulsione entro i 30 giorni previsti dalla legge servirebbe un’armata di funzionari e un piano d’azione trasparente. Invece c’è il vuoto assoluto. Non si conosce il numero reale degli agenti assegnati all’Ufficio Immigrazione, non si sa quanti siano i poliziotti inviati sul campo, né tantomeno quanti siano i migranti effettivamente rimpatriati. Nessuna tabella di marcia, nessun piano d’azione. Solo la certezza che le pratiche si incaglieranno nell’ennesima palude burocratica, prolungando all’infinito un’emergenza insostenibile.
Nel frattempo, la città affonda in una nuova e grottesca “normalità”. I quartieri popolari sono diventati la linea del fronte: risse quotidiane, furti e un degrado igienico-sanitario che spaventa più delle parole. I cittadini, esasperati dall’assenza dello Stato, si organizzano in pattuglie e accampamenti improvvisati per difendere le proprie case. Ceuta è lasciata sola, sospesa tra il menefreghismo dei palazzi di Madrid e la rabbia della strada.
