Fino a undici anni Milou Verhoof è stata descritta dai genitori come una ragazzina serena, sensibile e cresciuta in una famiglia senza particolari difficoltà. Poi la sua vita è cambiata radicalmente. Il fratello maggiore, affetto dalla sindrome di Down, si è ammalato gravemente ed è rimasto in coma per circa un mese. Quell’episodio le ha lasciato profonde ferite psicologiche, accompagnate da incubi ricorrenti e continui flashback. Poco tempo dopo è arrivata un’altra tragedia, Milou è stata vittima di uno stupro, un’esperienza che ha aggravato ulteriormente il suo stato di salute mentale. Negli anni successivi ha affrontato un lungo percorso fatto di ricoveri in strutture psichiatriche, terapie farmacologiche, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo. Durante uno di quei ricoveri ha subito anche un’altra violenza sessuale da parte di un paziente, episodio che ha contribuito ad aumentare il suo disagio psicologico.
Le richieste di eutanasia
Convinta che le cure non riuscissero più ad alleviare la sua sofferenza, Milou ha iniziato a chiedere l’accesso all’eutanasia. Diversi psichiatri hanno però respinto la sua richiesta, ritenendola troppo giovane per prendere una decisione così definitiva, mentre un altro specialista ha rinviato l’esame della domanda. Secondo la famiglia, quei rifiuti hanno aumentato il senso di disperazione della ragazza, che si sentiva inascoltata e senza prospettive. A quel punto Milou si è rivolta allo psichiatra Menno Oosterhoff, conosciuto nei Paesi Bassi per essersi occupato di casi di eutanasia legati a disturbi psichiatrici.
Chi è il medico e perché il suo nome è al centro delle polemiche
Oosterhoff esercita la professione di psichiatra da oltre quarant’anni ed è considerato uno dei maggiori sostenitori della possibilità di ricorrere all’eutanasia anche nei casi di sofferenza esclusivamente psicologica. Secondo il medico, alcune malattie psichiatriche possono provocare una sofferenza intensa quanto quella causata da patologie fisiche terminali. Per questo ritiene che, quando tutte le terapie disponibili si sono dimostrate inefficaci e non esistono realistiche possibilità di miglioramento, il paziente debba poter scegliere di interrompere la propria vita. In un’intervista ha spiegato: “È innaturale praticare un’iniezione letale a una persona fisicamente sana, ma spesso sottovalutiamo il peso delle malattie psichiatriche. Ci sono persone che soffrono in modo insopportabile oppure finiscono per togliersi la vita”.
L’ultimo giorno di Milou
Prima di accogliere la richiesta della giovane, Oosterhoff le ha proposto anche di valutare una stimolazione cerebrale profonda, trattamento utilizzato in alcuni casi di disturbo ossessivo compulsivo particolarmente grave. Milou, però, ha ribadito di voler porre fine alla propria vita. Il 2 ottobre 2023 il medico ha raggiunto l’abitazione della famiglia Verhoof. La ragazza aveva deciso di trascorrere le ultime ore nella camera in cui era cresciuta. Aveva scelto personalmente gli abiti con cui desiderava essere sepolta e si era fatta sistemare le unghie. Circondata dai genitori, ha ricevuto la procedura prevista dalla normativa olandese. Poco prima di morire il medico le ha detto: “Buon viaggio. Hai sopportato davvero tanto”.
Il sostegno della famiglia alla decisione
I genitori di Milou non hanno mai nascosto di condividere la scelta della figlia. La madre, Mireille Verhoof, ha raccontato di aver seguito ogni fase della valutazione clinica e di aver maturato fiducia nel giudizio del medico. “Per l’estrema attenzione e prudenza dimostrate dal dottor Oosterhoff abbiamo creduto che la sua conclusione, cioè che Milou non fosse più in grado di andare avanti e che le sue giornate fossero diventate invivibili, fosse quella corretta e confermasse ciò che noi vedevamo da anni”, ha dichiarato. Successivamente lo stesso Oosterhoff ha partecipato anche al funerale della ragazza.
Le contestazioni di altri medici
La storia di Milou è stata raccontata nel documentario Milou’s Battle Continues, trasmesso dalla televisione pubblica olandese e seguito da un vasto pubblico. Per alcuni il documentario mostrava il percorso di una giovane che, dopo anni di cure senza risultati, aveva ottenuto il riconoscimento della propria sofferenza. Altri, invece, lo hanno interpretato come il segnale di un sistema sanitario incapace di offrire un’alternativa a una paziente particolarmente fragile. Nei mesi successivi quattordici psichiatri e medici hanno inviato una lettera riservata alla procura olandese manifestando dubbi sulla gestione del caso. Tra le questioni sollevate figuravano la capacità della ragazza di esprimere un consenso pienamente consapevole e la scelta del medico di rendere pubblica una conversazione filmata nella quale Milou spiegava le ragioni della propria richiesta di eutanasia.
La battaglia legale della famiglia
Ora i genitori della ragazza hanno avviato un procedimento disciplinare per conoscere l’identità dei quattordici firmatari della lettera, sostenendo che quelle accuse abbiano provocato ulteriori sofferenze dopo la morte della figlia. Secondo il loro legale, la vicenda è diventata pubblica quando il comitato regionale incaricato di verificare ogni caso di eutanasia aveva già stabilito che la procedura era stata eseguita nel rispetto della legge olandese. La madre della giovane ha replicato alle contestazioni con parole molto dure: “Questi psichiatri non hanno mai curato Milou. Non l’hanno mai visitata e non conoscevano la sua cartella clinica. Eppure ci hanno dipinto davanti alla giustizia come genitori che hanno spinto la propria figlia verso la morte. Continuiamo a soffrirne ogni giorno”.
Come funziona la legge olandese sull’eutanasia
Nei Paesi Bassi l’eutanasia è legale dal 2002, ma può essere praticata solo rispettando requisiti molto rigorosi. Il paziente deve presentare una richiesta volontaria e consapevole, la sofferenza deve essere giudicata insopportabile e senza prospettive realistiche di miglioramento e non devono esistere alternative terapeutiche ragionevoli. La maggior parte dei casi riguarda persone affette da malattie fisiche terminali. Negli ultimi anni, però, sono aumentate anche le autorizzazioni concesse a pazienti che soffrono esclusivamente di gravi disturbi psichiatrici, un ambito nel quale continuano a confrontarsi posizioni molto diverse tra gli stessi specialisti.
Non solo Milou, gli altri casi in Europa
Quella di Milou non è l’unica vicenda ad aver segnato il dibattito sul fine vita in Europa. Tra i casi più noti c’è anche quello della spagnola Noelia Castillo Ramos, morta a 25 anni dopo aver ottenuto l’eutanasia prevista dalla legge del suo Paese. La giovane era rimasta paraplegica in seguito a un tentativo di suicidio avvenuto dopo uno stupro di gruppo. La sua storia ha profondamente diviso la famiglia; il padre ha tentato senza successo di fermare la procedura ricorrendo ai tribunali, mentre la madre, inizialmente favorevole alla decisione della figlia, ha successivamente chiesto l’abrogazione della legge sull’eutanasia, sostenendo che Noelia non fosse affetta da una malattia terminale, ma da gravi disturbi psichiatrici che avrebbero richiesto un diverso percorso di cura. C’è poi la storia di Iris, una giovane olandese affetta da una grave depressione che, dopo anni trascorsi in lista d’attesa per ottenere l’eutanasia, ha deciso di lasciarsi morire interrompendo volontariamente l’assunzione di cibo e liquidi, una pratica conosciuta con l’acronimo VSED (Voluntary Stopping of Eating and Drinking). Secondo i suoi familiari, prima di arrivare a quella decisione erano state percorse tutte le possibili strade terapeutiche, senza che nessuna fosse riuscita ad alleviare in modo duraturo la sua sofferenza.
