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Cronaca internazionale

Il business segreto di Kim: così la Corea del Nord “ruba” milioni di dollari all’anno

Migliaia di lavoratori informatici nordcoreani, usando identità rubate e strumenti di intelligenza artificiale, ottengono posti da remoto in aziende occidentali e trasferiscono centinaia di milioni di dollari all’anno nelle casse di Pyongyang

Il regime della Corea del Nord traballa... sui tacchi

La Corea del Nord ha trovato un modo silenzioso ma estremamente efficace per aggirare le sanzioni internazionali e ottenere valuta pregiata. Questa volta non c’entrano missili o traffici clandestini, ma di migliaia di lavoratori informatici che cercano impiego da remoto presso aziende occidentali usando identità rubate, curriculum falsi e strumenti di intelligenza artificiale. Secondo le autorità americane, gli stipendi ottenuti vengono in larga parte trasferiti nel Paese di Kim Jong Un, trasformando il mercato globale del lavoro digitale in una fonte di finanziamento strategica.

La strategia della Corea del Nord

Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, costruita su cronologie di navigazione trapelate, email, calendari, registrazioni dello schermo, interviste e video inediti, una singola cellula di lavoratori remoti legata alla Corea del Nord sarebbe riuscita a infiltrarsi in almeno otto aziende statunitensi nel giro di pochi mesi. É solo la punta di un iceberg molto più grande. Il giornale stima infatti che una simile strategia generi complessivamente circa 800 milioni di dollari l’anno per Pyongyang, grazie a migliaia di operatori che usano identità rubate, strumenti di IA e complici residenti negli Stati Uniti per ottenere lavori da remoto e inviare gli stipendi al governo nordcoreano. L’aspetto più inquietante è che questi operatori non entrano nei sistemi aziendali come hacker esterni: vengono assunti come dipendenti, ricevono credenziali legittime, accesso ai repository di codice, alle infrastrutture cloud e ai dati interni. In questo modo superano alla radice molte delle difese pensate per bloccare le intrusioni tradizionali.

Gli hacker di Kim in azione

Il meccanismo è ormai abbastanza chiaro. Gli operatori ottengono documenti e dati personali di cittadini reali, costruiscono profili professionali credibili e adattano i curriculum alle offerte di lavoro. Durante i colloqui online possono usare strumenti di intelligenza artificiale che suggeriscono risposte in tempo reale, migliorano l’inglese e aiutano a superare test tecnici e prove di programmazione. Le competenze informatiche, in molti casi, sono reali: la Corea del Nord forma da anni personale altamente selezionato nel settore tecnologico. Una volta ottenuto il lavoro, però, emerge la parte più sofisticata dell’operazione. I laptop aziendali vengono spesso spediti a intermediari residenti negli Stati Uniti, che li configurano con software di accesso remoto. Gli operatori, collegati dalla Cina o dalla Russia, controllano quei computer a distanza facendo apparire la connessione come domestica e americana, evitando così uno dei principali segnali d’allarme per i sistemi di sicurezza aziendali.

Una minaccia temibile

Le recenti incriminazioni federali contro quattro cittadini nordcoreani accusati di aver cercato di ottenere un impiego remoto e poi sottrarre quasi un milione di dollari in criptovalute mostrano il possibile passaggio da semplice frode occupazionale a minaccia interna. Gli investigatori ritengono che il numero dei casi scoperti rappresenti solo una piccola parte del fenomeno reale. Alcuni operatori sembrano limitarsi a incassare lo stipendio e svolgere il lavoro richiesto; altri potrebbero raccogliere informazioni sensibili, installare malware, creare accessi persistenti o preparare futuri attacchi ransomware. Le società tecnologiche, le startup software e soprattutto le aziende legate alle criptovalute sono considerate bersagli ideali perché assumono rapidamente personale remoto, gestiscono asset digitali trasferibili con facilità e hanno spesso processi di verifica meno rigorosi rispetto alle grandi corporation. Per Washington il problema non è solo economico: se una parte significativa delle entrate del regime arriva attraverso stipendi pagati da aziende private occidentali, le sanzioni tradizionali diventano molto meno efficaci.

Un meccanismo quasi perfetto

Il caso nordcoreano mostra come un banale colloquio su Zoom possa diventare una questione di sicurezza nazionale, un laptop spedito a un nuovo dipendente possa trasformarsi in un punto d’ingresso per una rete internazionale e uno stipendio possa contribuire al finanziamento di un Paese isolato. Le aziende stanno reagendo con controlli più severi, verifiche biometriche, monitoraggio degli accessi e limitazione dei privilegi dei nuovi assunti, ma il problema di fondo resta la fiducia. Il lavoro remoto globale funziona perché si presume che dietro un profilo professionale ci sia davvero la persona che dichiara di essere. L’operazione descritta dal Wall Street Journal dimostra che questa fiducia può essere sfruttata su scala industriale. Il mercato del lavoro digitale non è ancora preparato a distinguere un dipendente autentico da un’identità fittizia costruita con dati rubati e intelligenza artificiale.

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