Un incidente in un laboratorio della Siberia é in grado di trasformare un esperimento biologico in una crisi globale. È questo, in sostanza, il punto di partenza di Biological War: A Scenario, il nuovo libro della giornalista americana Annie Jacobsen, appena pubblicato in lingua inglese. Sia chiaro: non siamo di fronte al racconto di un’epidemia realmente avvenuta né alla ricostruzione di un incidente documentato. Jacobsen ricostruisce uno scenario ipotetico, e per questo preoccupante, attraverso interviste, documenti, conoscenze scientifiche e precedenti storici. La domanda da cui parte l’autrice é emblematica: che cosa accadrebbe se un agente patogeno progettato per essere estremamente aggressivo uscisse da un laboratorio e cominciasse a circolare tra gli esseri umani?
Il rischio di una peste geneticamente modificata
L’Economist racconta, approfondisce, descrive questo rischio prendendo in esame proprio il libro di Jacobsen e il suo scenario: in un centro di ricerca sulle malattie infettive in Siberia avviene un’esplosione e un ricercatore viene esposto a una forma modificata di peste polmonare.
Il problema centrale non è soltanto la pericolosità della peste, malattia conosciuta da secoli, ma l’idea di un agente biologico trasformato attraverso l’ingegneria genetica per alterarne alcune caratteristiche. Jacobsen parla appunto di un “germe demoniaco” capace di trasformare la normale relazione tra malattia, paziente e sistema sanitario in una trappola.
Nella finzione dell’autrice, il microrganismo contiene caratteristiche derivate da programmi di ricerca biologica dell’epoca sovietica e combina elementi differenti. La scelta non è casuale: la peste polmonare è una forma particolarmente grave dell’infezione e, nella narrazione, diventa la base di un agente molto più difficile da contenere. L’aspetto più inquietante è però un altro. Il contagio non viene immediatamente riconosciuto come tale...
L’espansione e l’ipotesi della minaccia globale
Il primo individuo infetto può apparire ancora in condizioni relativamente normali mentre la malattia si sviluppa. È la finestra temporale tra l’infezione e il riconoscimento dell’emergenza a rendere lo scenario così pericoloso. Quando un patogeno è già uscito da un laboratorio, ha aggiunto ancora l’Economist, e ha cominciato a entrare nella popolazione, potrebbe essere troppo tardi per fermarlo rapidamente. L’autrice porta quindi il lettore dentro una corsa contro il tempo nella quale la prima difficoltà non è soltanto curare i malati, ma capire che cosa stia accadendo.
Il dettaglio più inquietante è che il disastro non comincia con una bomba. Nello scenario di Jacobsen non c’è un’esplosione nucleare, ma un agente invisibile che passa da una persona all’altra mentre le istituzioni cercano di capire l’origine di una serie apparentemente scollegata di casi. È anche per questo che il libro insiste sulle analogie con le crisi epidemiche recenti. Le autorità russe, nella storia, cercano inizialmente di ridimensionare l’accaduto e attribuiscono la nuova malattia a una possibile contaminazione alimentare. Nel frattempo, i segnali dell’epidemia cominciano a moltiplicarsi.
Allarme rosso
Negli Stati Uniti, prosegue il racconto, a questo punto gli apparati di intelligence intercettano informazioni che fanno pensare a una fuga di laboratorio e il presidente viene informato, ma le possibilità di intervento sono già limitate. La macchina sanitaria si trova davanti a un problema che conosce solo in parte: identificare il patogeno, stabilire come si trasmette, distinguere i casi dalle altre malattie respiratorie e decidere quando passare dall’ordinaria assistenza all’emergenza nazionale.
Jacobsen immagina che proprio questa fase provochi i primi errori. Un focolaio viene interpretato come un altro tipo di emergenza, alcuni casi non vengono comunicati agli organismi federali e le informazioni rimangono frammentate tra agenzie diverse. Il problema, dunque, non è soltanto il microrganismo. È il sistema che deve riconoscerlo. La pandemia di Covid-19 ha già mostrato quanto possano essere importanti la velocità delle comunicazioni, la condivisione dei dati, la disponibilità di strutture e la capacità delle autorità di mantenere la fiducia della popolazione. Ebbene, nel libro questi problemi vengono portati all’estremo.
Gli ospedali iniziano a riempirsi, le strutture di isolamento non bastano e gli operatori devono prendere decisioni sempre più difficili mentre il numero dei contagi cresce. Insomma, siamo al cospetto non tanto di una previsione di ciò che accadrà, ma di una simulazione narrativa costruita per mostrare quanto rapidamente una crisi biologica possa trasformarsi in una crisi politica e sociale.
Dalla malattia al caos
Quando l’emergenza sanitaria smette di essere circoscritta agli ospedali, la crisi entra nella vita quotidiana. Le ambulanze non riescono più a rispondere a tutte le chiamate, le strutture sanitarie vengono sovraccaricate e la paura comincia a modificare i comportamenti. I social network diventano un moltiplicatore di voci, immagini e informazioni non verificate. Le autorità tentano di controllare il flusso delle notizie mentre una parte della popolazione cerca di allontanarsi dalle aree considerate più pericolose.
Nel racconto di Jacobsen, il deterioramento è rapidissimo e coinvolge anche le istituzioni. Il governo americano deve prepararsi alla possibilità che alcuni suoi apparati non siano più operativi e che la normale catena decisionale venga interrotta. Vengono immaginate misure straordinarie, compresa la legge marziale, mentre alcuni funzionari vengono trasferiti in luoghi sicuri per garantire la continuità dello Stato. Il bersaglio della guerra biologica, nella visione dell’autrice, non è quindi soltanto il corpo umano.
Il contagio può essere microscopico, ma le conseguenze possono essere macroscopiche. La paura porta alla corsa alle forniture, l’isolamento interrompe attività economiche, gli ospedali sottraggono personale ad altri servizi e la perdita di fiducia nelle autorità può alimentare ulteriormente il disordine. In una delle idee centrali del libro, la forza di un’arma biologica non risiede quindi soltanto nel numero delle vittime, ma nella capacità di produrre caos.
L’importanza della sicurezza nazionale
È una prospettiva, questa, che sposta il discorso dalla biologia alla sicurezza nazionale. Un agente patogeno può infatti diventare contemporaneamente un problema medico, militare, economico e politico. E può farlo, ha fatto notare la Cnn, senza che nessuno sappia con certezza, nelle prime ore, chi lo abbia liberato o perché.
Il vero problema, secondo Jacobsen, è che la tecnologia corre più veloce delle difese. La parte più attuale dello scenario arriva quando il libro esce dalla Guerra fredda e guarda alla biologia del presente. Jacobsen parte da un’idea legata ai programmi sovietici del passato, ma sostiene che il progresso della genetica abbia cambiato profondamente il quadro.
Già, perché oggi le tecniche di biologia molecolare, la sintesi del Dna e gli strumenti informatici hanno reso più accessibile una parte delle conoscenze che un tempo appartenevano quasi esclusivamente a grandi programmi scientifici e militari.
È una delle differenze più importanti rispetto allo scenario costruito intorno alla Guerra fredda: allora il rischio era concentrato soprattutto nelle mani di Stati dotati di laboratori, personale e programmi segreti; adesso la diffusione degli strumenti scientifici e digitali potrebbe modificare la platea dei soggetti capaci di tentare operazioni pericolose. Il valore del libro sta in definitiva nella domanda che pone. Quanto sono preparati gli Stati a riconoscere un agente sconosciuto? Quanto rapidamente possono sequenziarlo, identificarlo e sviluppare contromisure? Quante strutture possono essere isolate? Quanto a lungo può reggere una società nella quale una parte della popolazione teme di essere contagiata e un’altra non crede alle informazioni ufficiali?
