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Cronaca internazionale

“Mi ha ingoiato un ippopotamo, ma sono sopravvissuto”

Nel 1996, nelle acque del fiume Zambesi, Paul Templer ha vissuto un incubo dal quale è uscito miracolosamente vivo (e senza un braccio)

Paul Templer

Il fiume Zambesi, quel pomeriggio, non promette nulla di diverso dal consueto struscio di turisti in kayak e dal placido andirivieni delle canoe in direzione Victoria Falls. Paul Templer - britannico nato in Africa, ex militare - all’epoca ha ventisette anni, un’attività di escursioni fluviali appena avviata e la sicurezza, tipica di chi crede di conoscere ogni piega del proprio mestiere, di sapersi muovere con disinvoltura tra i branchi di ippopotami che punteggiano quelle acque come scogli semoventi. Conosce persino quel maschio in particolare, un esemplare incline all’intemperanza, e ha imparato a tenersene a debita distanza, come si fa con un vicino scontroso di cui si conosce a memoria l’umore. è un placido pomeriggio di trent’anni fa, e non pare esistere ragione per preoccuparsi.

D’un tratto però la classica escursione patisce un imprevisto. Un tonfo secco, una canoa sbalzata in aria, Evans, la giovane guida che Templer stava formando, disarcionato in acqua. Templer vira, rema controcorrente, si protende per afferrargli la mano: un gesto di soccorso che la letteratura eroica racconterebbe in slow motion, e che invece si consuma in una manciata di secondi, prima che l’acqua tra i due si apra come una voragine.

Da lì in poi, il racconto di Templer - certo mancavano gli smartphone nel 1996 - assomiglia ad una discesa agli inferi. Avverte subito una fitta, una pressione insostenibile che stringe attorno al torace. Il mondo si fa buio e ovattato, un odore di zolfo e uova marce gli sale su per le narici, le gambe ancora immerse nell’acqua mentre il resto del corpo resta stranamente asciutto. È il momento in cui capisce, con la lucidità paradossale di chi è in pericolo di vita, di trovarsi a mezzo busto nelle fauci di un ippopotamo: la mano che si libera per tentare di orientarsi incontra le setole ruvide del muso dell’animale. Templer è un naufrago che tasta gli scogli al buio e la sua vita sta per terminare.

L’ippopotamo lo sputa fuori, poi lo riafferra e lo trascina di nuovo sott’acqua: un’oscillazione tra la grazia della sopravvivenza e la ferocia della ricaduta che contiene qualcosa di epico. Specie se poi riesci a raccontarlo, si capisce. Quaranta e più i fori lasciati dai denti sul braccio e sul petto, il tempo che si dilata fino a perdere ogni misura. “Passa molto lentamente quando sei nella bocca di un ippopotamo. Mi ha ingoiato, ma sono sopravvissuto”, racconterà Templer anni dopo, ed è forse la frase che meglio restituisce quella sospensione tra la scelta di cedere e quella di restare aggrappati ad un barlume di volontà.

Templer sceglie di lottare fino in fondo, anche se la contesa è impari. Gli attacchi diretti di ippopotami agli esseri umani si contano ancora oggi sulle dita di una mano, ma quando succede è facile presumere di essere spacciati. Il morso di uno di questi giganti, del resto, è considerato il più potente al mondo. Quando incorri in una sfortuna del genere la carne viene maciullata prima ancora di rendersi conto di quello che sta succedendo.

L’ippopotamo però lo rilascia, miracolosamente, una seconda volta. A quel punto i compagni lo issano a riva, raccogliendo un corpo tumefatto in più punti. La corsa contro il tempo verso il primo ospedale gli salverà la vita, ma perderà comunque un braccio. Evans, il ragazzo che stava cercando di trarre in salvo, non avrà la stessa sorte. È il controcanto amaro di ogni storia di sopravvivenza: chi resta a raccontarla porta sempre, cucito addosso, il peso di chi non ce l’ha fatta.

Oggi Templer gira il mondo per parlare di resilienza, trasformando l’incontro più violento della sua vita in un vocabolario di motivazione applicato alle sale conferenze. Dribblando sempre la tentazione di ridurre tutto a metafora consolatoria: la vicenda dello Zambesi resiste a ogni addomesticamento. Proprio come un ippopotamo fuori controllo.

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