Il caso Ceuta non rappresenta solo il fallimento del modello di integrazione voluto dal premier spagnolo Sanchez, ma ci consegna anche la fotografia di come questi gruppi di clandestini siano perfettamente in grado di organizzarsi per azioni di massa come quella della scorsa settimana. Non c’è solo l’appello sui social, ma anche una meticolosa organizzazione fatta di gruppi e singoli influencer, che hanno deciso dove e come far partire il secondo blocco di marocchini con destinazione Ceuta. Le strategie adottate sono diverse: c’è chi dalla penisola iberica mostra come si tratti una rivincita e invita a seguire il medesimo modello, chi ha lanciato l’hashtag +34 (il prefisso telefonico della Spagna) come simbologia utile al raduno per far comprendere che si è parte della comunità marocchina che vuole aderire all’invasione. E, infatti, sotto quei post, c’è chi chiede indicazioni (che vengono rigorosamente fornite in privato o in chiaro) su come arrivare lì anche da altre destinazioni, una su tutte Casablanca. Ma c’e anche chi fa addirittura la “danza del coltello”: circolano diversi video di giovanissimi che, impugnando lame di diverse dimensioni, ballano in cerchio a petto nudo con cori in arabo e richiami alla “haraga”, l’attraversamento illegale del confine. È un termine dialettale che trae origine dal marocchino “haraqa”, che significa letteralmente “bruciare”, e si è diffuso a partire dagli anni ’90 nel Maghreb (in particolare in Tunisia, Algeria e Marocco) per indicare chi tenta di arrivare in Europa “bruciando il confine”.
Non si contano i messaggi in cui vengono mostrate le traiettorie usate per raggiungere Ceuta, le zone migliori da attraversare via mare per arrivare all’exclave spagnola in Marocco, i video e le foto di chi si mostra, ancora con la muta, in territorio della Corona d’Aragona. Non c’è solo Ceuta nei pensieri dei giovani marocchini: anche Melilla rappresenta un obiettivo ambito, sebbene sia meno vantaggiosa dal punto di vista geografico. Trovandosi più lontana sia dalle coste continentali spagnole sia dai punti di partenza dei barchini nel nord del Marocco, rende molto più complicato proseguire il viaggio verso l’Europa in caso di respingimento. Ciononostante, il suo valore simbolico resta fortissimo. “Se raggiungerti, o Melilla, è una guerra, allora io amo le guerre” è una delle tante frasi che circolano nelle chat e sulle pagine social per incitare i giovanissimi a tentare il salto della barriera. A spingere queste iniziative è una vera e propria propaganda digitale che sfrutta le logiche tipiche degli influencer: la traversata e il superamento del confine vengono spettacolarizzati come sfide epiche, dove la ricerca di visibilità, follower e approvazione online diventa una motivazione centrale al pari dell’emigrazione stessa. Ed è forse questo l’elemento che si sottovaluta di più.
Adesso l’allarme è scattato anche a Madrid. “Tutti dobbiamo rafforzare i meccanismi di allerta rapida” sui movimenti di migranti alle frontiere, “sorvegliare i messaggi falsi nelle reti sociali a fronte della capacità di convocazione immediata” per dare “segnali dissuasori” e “raddoppiare gli sforzi di prevenzione non solo da parte della Spagna”, ha affermato il vicepremier e ministro dell’Economia spagnolo, Carlos Cuerpo, in un’intervista all’emittente pubblica Tve, riferendosi al tam tam nei social per organizzare un nuovo ingresso in massa di migranti a Ceuta il prossimo 15 agosto. Per Cuerpo “è importantissimo mantenere una cooperazione rafforzata con il nostro vicino, con il Marocco”, ricordando che quella in Nord Africa “è la frontiera d’Europa con la maggiore disuguaglianza di reddito”.
