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Musica

“Ero matto da legare ma sono senza rimpianti. Non temo la morte. Pensa che stress l’eternità”

Il più celebre degli autori italiani Mogol compirà 90 anni il 17 agosto: “‘Dormi amore’ per Celentano è il mio testo che preferisco, ho sempre scritto ascoltando prima la musica e poi facendomi ispirare dalla vita”

Ecco "La capinera": il debutto di Mogol nell'opera lirica

Caro Mogol, i novant’anni si avvicinano.

«Bene, diventerò maggiorenne». (ride - ndr)

In effetti gira ancora come un adolescente.

«Seguo i consigli del mio libro».

Quale, sa ne ha scritti parecchi.

«Parlo di Rinascita, che si occupa di prevenzione primaria e indica ciò che fa bene e ciò che invece danneggia l’organismo. Salute e conoscenza sono connessi. E io vivo così, aria buona, cibo giusto e almeno venti vasche di ginnastica acquatica al giorno. Poi ho un altro segreto».

Quale?

«Accettare la vita come viene. Sono cattolico, ciò che succede l’ha deciso il Signore».

Il 17 agosto Giulio Rapetti Mogol compirà novant’anni tondi tondi, almeno sessanta dei quali trascorsi nell’impegnativo ruolo di maestro. Quand’era giovane promessa, lui figlio di Mariano direttore della Ricordi, scrisse brani come il suo primo (pubblicato qui di fianco, si intitola Precipito!, «repertato» dalla Siae nel 1960) ma non fece neanche tempo ad ambientarsi che vinse subito il primo Festival di Sanremo da autore, non paroliere, per carità, l’orrendo termine infastidisce anche lui. Era un brano che oggi non ricorda quasi nessuno ossia Al di là per Luciano Tajoli e Betty Curtis ma che allora, nel 1961 dieci giorni dopo l’arrivo di John Fitzgerald Kennedy alla Casa Bianca, piaceva a tutti, fece successo negli States e arrivò pure quinto all’Eurovision di Cannes (che si chiamava Eurofestival). Da quel momento Giulio Rapetti detto Mogol ha preso per mano la cultura musicale popolare italiana e mica solo grazie al legame con Lucio Battisti e «al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti» oppure «inseguendo una libellula in un prato».Da Stessa spiaggia stesso mare di Piero Focaccia a Una lacrima sul viso di Bobby Solo, da Questione di feeling per Cocciante e Mina a Oro di Mango e L’emozione non ha voce per Celentano, è difficile trovare un altro autore che abbia inciso così profondamente anche nel dizionario italiano. Tanto per capirci, prima di Mogol, nessuno usava «uggiosa» per definire una giornata, ora è quasi un hashtag, e così vale per «canto libero» o «campo di grano». Dall’alto dei 523 milioni di dischi venduti con le sue parole, Mogol nel mondo viene dopo solo ai Beatles e a Elvis. Ma in Italia gioca un campionato a parte nel quale, per riconoscibilità e rilievo culturale c’è un solo concorrente: lui.

Se si volta indietro, quale Mogol vede?

«Ero un matto da legare, non avevo paura di nulla. Una volta ho fatto il giro del mondo da solo».

Un moderno Phileas Fogg di Jules Verne.

«Ero impazzito per una hostess della Japanese Airlines e le dissi che le avrei comprato tutti i biglietti possibili. Lei arrivò con un pacco di biglietti e allora partii davvero. Cuba, Nuova Zelanda, Stati Uniti. In Australia presi una macchina e mi ritrovai vicino al mare dove la roccia si apriva su di una specie di laghetto. Ho fatto trecento metri a nuoto per arrivare a un’isoletta e, una volta in piedi, mi sono accorto che il mare era pieno di squali. Al ritorno ho nuotato pregando. Sì, qualche volta sono stato protetto dal Signore».

Ha qualche rimpianto?

«No».

Ha adattato molti brani stranieri. Anche uno di David Bowie.

«In Space oddity lui immaginava un dialogo con il pilota di una navicella spaziale. Io mi sono immaginato un incontro d’amore, Ragazzo solo, ragazza sola. E Bowie l’ha cantata in italiano».

Con Bob Dylan è andata meno bene.

«All’inizio andava bene, poi si lamentò dicendo che non andavano bene le mie versioni. Sono andato a Londra per incontrarlo, ho minacciato di andarmene perché lui non arrivava mai ma poi ci siamo parlati. “So che sei un autore molto bravo, ma un testo di Bob Dylan non si cambia”. Si parlava di Mister Tambourine Man tradotto in Mister Tamburino».

Come finì?

«Mi disse “Forget it”, dimentica tutto, e se ne andò. Mah, era un po’ strano....Comunque in Gran Bretagna ho fatto successo con Uno dei tanti che in inglese è andato altissimo in classifica con Shirley Bassey e poi con Tom Jones».

Mina?

«È tanto che non la sento, le auguro tutto il bene del mondo».

Il mio canto libero, interpretato da Fabrizio Moro, ha vinto Canzonissima 2026.

«C’erano tutte canzoni vecchie, mentre nella Canzonissima originale non era così. Il mio canto libero è la fotografia di un ragazzo che viveva al di fuori della vita regolare contro i perbenisti».

Le è mai capitato?

«Quando mi sono sposato per la prima volta, ero giovanissimo e non volevo mica sposarmi. Ho detto sì con la morte nel cuore, non ero pronto, ero ancora un bambino che giocava con le cicche sul selciato. Lei era una bravissima ragazza, per carità (le ha dedicato le parole di 29 settembre, giorno del suo compleanno - ndr). Ma quella era un’epoca nella quale se tu avevi una vita al di fuori del matrimonio, nessuno ti parlava più, eri tagliato fuori. Da qui il verso “In un mondo che non ci vuole più”...».

Quante volte ha scritto un testo senza aver ascoltato la musica?

«Ho scritto circa 1740 testi e credo soltanto Al di là e pochi altri siano stati scritti senza musica. Io ascolto prima di scrivere e spesso ciò che scrivo è ispirato dalla mia vita, come ad esempio La luce dell’est per Lucio Battisti, ispirata da un incontro durante una battuta di caccia in Yugoslavia, c’er andato con il mio cane che era un campione. Ora, sia chiaro, non uccido neanche più una mosca, ma allora ero un cacciatore. Insomma, la mia vita spesso ha ispirato i miei testi. Ma solo dopo aver ascoltato le musiche».

Ennio Morricone spesso faceva il contrario.

«Abbiamo scritto insieme l’Inno per le Olimpiadi di Roma. Poi però l’allora sindaco Raggi disse che non voleva più che ci fossero, strano vero?».

E la canzone che le piace di più?

«Penso Dormi amore, scritta con Gianni Bella e cantata da Adriano Celentano (dall’album Dormi amore, la situazione non è buona, uscito nel 2007).Tante donne piangono quando la ascoltano». («Anche gli uomini», fa eco la moglie Daniela seduta a fianco ndr)

E adesso?

«Adesso ho rallentato nella scrittura dei testi. Però ne ho finito uno che secondo me vale molto. L’argomento è il femminicidio raccontato da una vittima ed è sotto l’egida della Croce Rossa.Lo canta Giusy Ferreri e mi piacerebbe che si potesse interpretare al Festival di Sanremo».

Ha mai pensato di cambiare mestiere?

«Mai, ho sempre avuto troppe cose da fare».

La prossima?

«Io, Francesco, un’opera musicale in collaborazione con Riccardo Cocciante. Ci abbiamo lavorato tanto. Qualche tempo fa, un vescovo molto esperto mi ha fatto notare che Francesco aveva sì le stimmate, ma non erano fori nel palmo delle mani, erano una sorta di piccola appendice. Perciò ho cambiato il verso per spiegare che il Signore non aveva neanche voluto che il santo soffrisse per riceverle».

Qualche tempo fa Ignazio La Russa la propose come senatore a vita.

«Una manifestazione di stima che apprezzo, ma non succederà mai».

Ha paura della morte?

«No, non temo la morte, è un fatto naturale. Sono un uomo fortunato e ora, insieme con mia moglie, cerco di aiutare tutti quelli che posso. È chiaro che incontrerò il Signore quando lo decide lui. Ma non ho paura. E poi che palle essere immortali...».

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