La lotta alla discriminazione che finisce sotto accusa per discriminazione. Succede a Berkeley, tempio dell’accademia progressista americana, dove il Dipartimento di Giustizia ha messo nel mirino la prestigiosa School of Law: secondo gli investigatori federali, l’università avrebbe intenzionalmente penalizzato i candidati bianchi e asiatici per favorire quelli neri nelle ammissioni.
L’indagine della Civil Rights Division riguarda 2024 e 2025 e arriva dopo la storica sentenza con cui, nel 2023, la Corte Suprema ha bocciato l’utilizzo della razza nelle procedure di ammissione universitaria. Uno stop che, secondo Washington, Berkeley avrebbe cercato di aggirare.
I numeri indicati dal Dipartimento di Giustizia sono pesanti. A parità di risultati al test Lsat e rendimento universitario, nel 2025 un candidato nero avrebbe avuto probabilità di essere ammesso 5,8 volte superiori rispetto a un candidato bianco comparabile. Nel 2024 il rapporto sarebbe stato addirittura di 6,5 a uno. Penalizzati, secondo gli investigatori, anche gli aspiranti studenti asiatici.
A finire sotto la lente è anche Erwin Chemerinsky, preside della facoltà. Prima della decisione della Corte Suprema aveva ipotizzato pubblicamente che gli atenei potessero sostituire l’uso esplicito della razza con dei “proxy”, strumenti indiretti capaci di perseguire comunque obiettivi di diversità. In un’altra occasione aveva spiegato che determinate politiche avrebbero avuto maggiori possibilità di sopravvivere ai controlli se presentate attraverso solide giustificazioni “race neutral”, evitando soprattutto di descriverle come un tentativo di aggirare la sentenza.
E proprio qui, secondo il governo americano, starebbe il trucco. Nelle domande di ammissione Berkeley chiedeva infatti ai candidati di spiegare in che modo esperienze, prospettive e “voce” personale avrebbero contribuito alla diversità della scuola, indicando espressamente tra gli argomenti possibili anche razza ed etnia.
Per Harmeet Dhillon, a capo della Civil Rights Division, non ci sarebbero molti dubbi: “Le prove mostrano che Berkeley Law discrimina deliberatamente i candidati sulla base della razza”. Secondo il Dipartimento, l’entità e la persistenza delle differenze nei tassi di ammissione non potrebbero essere spiegate dal caso.
Berkeley respinge tutto. Chemerinsky assicura che “la razza non viene considerata in alcun modo nelle decisioni sulle ammissioni” e sostiene che la facoltà rispetti sia la Costituzione sia Proposition 209, la norma californiana che da trent’anni vieta alle università pubbliche di concedere preferenze sulla base di razza, sesso, colore, etnia o origine nazionale. Anche l’ateneo ha promesso di fornire tutte le prove necessarie per dimostrare la correttezza delle procedure.
Sarà dunque il confronto con Washington a stabilire fin dove si sia spinta davvero Berkeley. Ma il caso fotografa ancora una volta il cortocircuito prodotto da una certa cultura woke nei campus americani: nel tentativo di correggere ogni disparità, la razza rischia di tornare a essere il criterio attorno al quale far ruotare tutto. Solo con il segno opposto.
E Berkeley non è neppure un caso isolato. Negli ultimi mesi il governo americano ha aperto fronti analoghi contro altri prestigiosi atenei, accusati di aver continuato a utilizzare criteri razziali dopo lo stop della Corte Suprema. Insomma, la battaglia non è affatto finita. Ha semplicemente cambiato terreno: dalle aule dei giudici ai moduli di ammissione delle università.
