Prima hanno riscritto il vocabolario. Poi la storia. Ora tocca alla famiglia. A New York, dove il politicamente corretto è ormai diventato una specie di burocrazia dell’assurdo, i democratici hanno approvato una legge che cancella dai testi normativi le parole “madre” e “padre”. Non perché siano offensive, non perché siano incomprensibili, ma perché, secondo la religione woke, la realtà biologica va sempre sottoposta a revisione ideologica.
Come riportato dal New York Post, il termine “mother” verrebbe sostituito con “gestating parent”, cioè “genitore gestante”, mentre “father” diventerebbe “non-gestating parent” o semplicemente “parent”. Tradotto: la mamma non è più mamma, è un soggetto amministrativo dotato di funzione gestazionale. Il papà invece viene ridotto a categoria residuale, quasi un accessorio lessicale da aggiornare nei moduli del tribunale. In altri termini, siamo alla trasformazione della lingua in un laboratorio politico permanente.
Il bello, si fa per dire, è che tutto questo accade mentre New York combatte con problemi ben più concreti: tasse alte, costo della vita, sicurezza, bollette, degrado urbano, bilanci approvati in ritardo. Ma l’urgenza dei legislatori progressisti è un’altra: togliere “mother” e “father” dalle leggi. Come se le famiglie newyorkesi si svegliassero la mattina sconvolte dal fatto che nei codici esistano ancora mamma e papà.
I promotori della norma – che ora passerà al vaglio della governatrice Kathy Hochul (che ama presentarsi come la “first mom governor” di New York) per il via libera definitivo – spiegano che il cambiamento servirebbe ad adeguare il linguaggio giuridico ai casi di maternità surrogata, alle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e alle nuove configurazioni familiari.
Così la madre diventa “genitore gestante”. Una formula che sembra uscita non da una legge sulla famiglia, ma da un manuale sanitario o da un verbale di laboratorio. La paternità diventa “parentage”. Il “putative father” diventa “alleged parent”. Ogni legame viene sterilizzato, ogni identità viene diluita, ogni parola affettiva viene sostituita da un’espressione burocratica. Naturalmente chi protesta viene subito sospettato di oscurantismo. Eppure qui non si tratta di negare diritti a nessuno. Si tratta di difendere il buonsenso da una politica che confonde l’inclusione con la rimozione della realtà. Una legge può benissimo disciplinare famiglie adottive, omogenitoriali, casi di surrogacy e situazioni complesse senza trasformare la madre in una perifrasi da ufficio anagrafe.
"È la cultura woke fuori controllo. È una gara a chi la spunta", il j’accuse di Gerard Kassar, Presidente del Partito Conservatore dello Stato: "È un esempio di quanto sia fuori sintonia la legislatura di New York. È uno spreco di tempo inutile". Kassar ha affermato che il disegno di legge, che non pone limiti di genere, probabilmente innescherà una serie di altre proposte simili, e ha definito le priorità dei legislatori statali completamente sbagliate.
Il candidato repubblicano alla carica di governatore Bruce Blakeman ha colto l'occasione al volo. “I democratici guidati da Kathy Hochul hanno continuato la loro dichiarazione di guerra alle famiglie di New York, cancellando i termini affettuosi di ‘mamma’ e ‘papà’ e sostituendoli con ‘genitore in gravidanza e genitore non in gravidanza’. Questa follia finirà quando sarò governatore”, le sue parole. I repubblicani che hanno votato contro il disegno di legge presentato dai democratici lo hanno definito oltraggioso, ma anche tra i dem serpeggia il malumore. “Ho una parola che possiamo usare per questo: inutile”, il commento di un politico ai microfoni del Post.
Ahinoi l’ossessione woke ha bisogno di simboli. E pochi simboli sono più potenti della parola “madre”. Per questo va neutralizzata. Perché richiama il corpo, la nascita, il legame primario, la differenza sessuale.
Tutte cose che l’ideologia fluida tollera solo se tradotte in linguaggio neutro. La realtà, però, ha un difetto: resiste. Le madri continueranno a chiamarsi madri. I padri continueranno a chiamarsi padri. Con buona pace dei legislatori iper-progressisti.