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Cronaca internazionale

Rula Jebreal e l’insulto razzista a Jeffries: “Scimmia dell’AIPAC”

La giornalista attacca il leader democratico Usa per il sostegno a Israele. Il Congressional Black Caucus: “Non esiste un modo non razzista di chiamare un uomo nero scimmia“. Ritchie Torres denuncia il doppio standard della sinistra, poi Jebreal fa marcia indietro con ”scuse incondizionate"

"Ideologia della razza superiore". L'ultimo delirio di Rula tra Egonu e Sanremo

L’odio ideologico, prima o poi, finisce sempre per mostrare la sua vera faccia. E quando la patina del moralismo politico e dell’attivismo si sgretola, quello che resta è la forma più becera e insidiosa di discriminazione. Lo sa bene Rula Jebreal, la giornalista e scrittrice palestinese con cittadinanza italiana, icona della narrazione anti-israeliana nei talk show italiani di sinistra e nei talk show di mezza Europa e degli Stati Uniti. Ospite del podcast progressista The Left Hook, condotto da Wajahat Ali, la Jebreal si è resa protagonista di un’aggressione verbale di una gravità inaudita, scagliandosi contro il leader della minoranza democratica alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Hakeem Jeffries.

La colpa di Jeffries? Essere un fermo sostenitore dello Stato di Israele e non allinearsi alla propaganda anti-sionista. Ma a far crollare qualsiasi argine di civiltà politica sono state le parole usate dalla giornalista per attaccare il deputato di New York, che è il primo afroamericano a guidare un partito al Congresso. In diretta, la Jebreal si è espressa con queste parole: «He is a bought-and-paid-for AIPAC monkey. With all due respect – and I don’t mean it in a racist way. He is just basically an errand boy, and we’re done and tired.»(«È una scimmia dell’AIPAC, comprato e pagato. Con tutto il dovuto rispetto — e non lo intendo in modo razzista. È fondamentalmente solo un ragazzo delle commissioni, e siamo stufi e stanchi.») Accostare un uomo nero all’immagine di una «scimmia» (monkey) e definirlo un «ragazzo delle commissioni» (errand boy) rappresenta uno degli insulti razzisti più atavici, deumanizzanti e carichi di odio della storia americana. Termini presi direttamente dal repertorio della segregazione e del suprematismo bianco, pronunciati con disinvoltura da chi ha fatto della «lotta al razzismo» la propria rendita di posizione professionale.

Neanche il goffo tentativo del conduttore del podcast di salvarla in extremis — ricordandole la spaventosa connotazione razziale della parola usata — è servito a contenere i danni. La Jebreal ha provato a difendersi accampando una scusa al limite del ridicolo: sosteneva di riferirsi alla metafora delle «tre scimmie sagge» che non vedono, non sentono e non parlano. Una giustificazione farsesca che ha scatenato un vero e proprio terremoto politico a Washington.

La reazione delle istituzioni americane è stata immediata e durissima. Il Congressional Black Caucus, l’organismo che riunisce i parlamentari afroamericani al Congresso degli Stati Uniti, ha spazzato via le giustificazioni della giornalista: «Per essere chiari, non esiste un modo non razzista di chiamare il leader Jeffries — un uomo nero — ‘scimmia’ o ‘ragazzo delle commissioni’». Il Caucus ha poi aggiunto: «Dobbiamo smetterla di dare voce al razzismo anti-nero, sia che provenga dalla destra sia dalla sinistra».

Ancora più duro il deputato democratico di New York, Ritchie Torres, che su X ha attaccato il doppio pesismo dei salotti radical: «Chiamare un uomo nero ‘scimmia’ è razzista. Punto. Se fossimo stati di fronte all’estrema destra, nessuno a sinistra avrebbe avuto alcuna esitazione nel condannare questi termini». Travolta dallo sdegno, alla Jebreal non è rimasto che fare marcia indietro su X con «scuse incondizionate». Ma il caso rimane: la fobia anti-israeliana sta deragliando verso una violenza verbale cieca, disposta a rispolverare persino i peggiori cliché del razzismo pur di colpire i propri avversari.

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