«In un secondo abbiamo perso tutto. Guardatevi intorno. In un secondo qui la vita è stata distrutta». È il grido di una donna tra le macerie di Cali, una delle città colpite dal terremoto che ieri mattina ha sconvolto la Colombia. «Ho perso tutto, ma sia benedetto Dio che sono viva. Le cose materiali le ricompro. La salute non ha prezzo». Almeno 111 le vittime al momento della nostra chiusura, ma il bilancio, ancora provvisorio, è purtroppo destinato a crescere mentre i soccorritori scavano tra gli edifici crollati alla ricerca di superstiti. Il sisma, di magnitudo 7,4, è il più forte registrato in Colombia nell’ultimo decennio. La scossa è arrivata alle 7,34 locali, le 14,34 in Italia, con epicentro a circa 20 chilometri da San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, a 96 chilometri di profondità. Il terremoto ha fatto tremare gran parte del Paese, da Bogotá a Medellín e Cali, ed è stato avvertito anche in Ecuador, Venezuela e fino a Manaus, in Brasile.
Il cuore della devastazione è l’Eje Cafetero, la zona del caffè colombiano, dove a Pereira, capoluogo del dipartimento di Risaralda, è stato imposto il coprifuoco; nelle strade sono stati portati i corpi delle vittime, mentre volontari e soccorritori cercano persone ancora sepolte. A Quibdó, nel dipartimento del Chocó, un edificio di quattro piani si è completamente accartocciato. «Ci dicono che ci sono molte persone intrappolate», racconta un testimone davanti alle macerie. A Cali la tragedia è entrata negli ospedali. In quello universitario sono crollati quattro piani dell’ala di pediatria e terapia intensiva. Almeno un paziente è morto e dieci persone risultano intrappolate, ha riferito il direttore Irne Torres, spiegando che il 30% della struttura è stato danneggiato. «È un dramma nel dramma», ha detto, chiedendo sangue con urgenza. Almeno sette strutture sanitarie della città hanno subito gravi danni e una ventina di edifici sono crollati. Anche Antioquia è stata duramente colpita. Il governatore Andrés Julián Rendón ha riferito danni in 52 comuni, a 352 abitazioni, 61 scuole, 24 chiese e sette strutture sanitarie. A Manizales è crollata una torre della Basilica metropolitana di Nostra Signora del Rosario, insieme a una cupola; la statua del Cristo sul campanile si è staccata e la cattedrale, monumento nazionale, presenta profonde crepe.
Di fronte alla gravità della situazione, il presidente Abelardo de la Espriella ha dichiarato il disastro di carattere nazionale, che permette al governo di adottare misure eccezionali. Ha sospeso gli impegni ufficiali e convocato a Bogotá il Comando unificato di emergenza. «Ho ordinato di sospendere tutta l’agenda che avevo nella capitale per concentrarmi sul disastro naturale che oggi colpisce il nostro sofferente popolo colombiano», ha detto. «Non siete soli. La Colombia ha un presidente a cui fa male vedere soffrire la sua gente».
La terra, intanto, continua a tremare. Una replica ha raggiunto magnitudo 4,6 e, se il rischio tsunami è stato escluso, resta quello di nuovi crolli mentre sotto le macerie si continua a scavare. Al termine della riunione del Comando unificato, de la Espriella ha confermato 111 morti e 87 feriti, annunciando che d’ora in poi sarà il governo colombiano a fornire i dati ufficiali sia sulle vittime sia sui danni. «Abbiamo dispiegato tutte le nostre capacità, la priorità adesso è salvare le persone sotto le macerie», ha affermato, mentre le squadre di soccorso hanno continuato a lavorare senza sosta per tutta la notte.
