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Cronaca internazionale

“Vogliamo l’Italia o la Francia”. Tra i migranti dirottati quaggiù - Il reportage di Biloslavo a Ceuta

In oltre 73.500 sono tornati indietro, con le buone o con le cattive. Ma in città restano molti marocchini e africani, accampati in spiaggia o per le strade. Gli abitanti: “Siamo travolti”

A young migrant (C) looks at a member of the Spanish Army's 'Regulares' infantry force who watches a group of migrants near the border post of the Spanish enclave of Ceuta on August 2, 2026. At least 72 people died during last week's mass influx of migrants into Spain's Ceuta enclave, when tens of thousands of people mostly swam around the border post from Morocco, local officials said today. Most of the estimated 60,000 people who rushed into Spain's north African territory have returned to Morocco since the territory's largest mass migrant crossing. (Photo by Henry NICHOLLS / AFP)

I ragazzini, una ventina, che assomigliano ai nostri maranza, sono seduti a terra, mezzi scalzi e con il petto nudo, guardati a vista dagli agenti della Policía Nacional. «Minori» sussurra un agente sollevando le spalle, come per dire «non possiamo mandarli indietro», ma chi diavolo li ha mandati allo sbaraglio nell’ultima invasione d’Europa? Le forze di sicurezza stimano checirca 73.500migranti abbiano lasciato Ceuta, l’exclave spagnola in Africa, per tornare a casa con le buone o le cattive. Migliaia, però, sarebbero ancora anni dati in città e dintorni. I resti dell’invasione sono segnalati dal possente blindato dell’esercito piazzato in mezzo alla carretera De Benitez. Poco dopo si incrociano i primi migranti illegali, in piccolo gruppi sul lungomare, alla ricerca di cibo, acqua, ma pure di ricaricare il telefonino. In centinaia hanno occupato la spiaggia. I marocchini, tutti giovani, sono spavaldi: «Non torniamo indietro neanche morti. Nel nostro Paese non c’è lavoro. Va bene qualunque Paese europeo per costruirci la vita che non abbiamo a casa nostra». Il «portavoce» è Abdul Rahman Nebzgori, 26anni, che parla un po’ inglese e traduce a decine di compatrioti che si sono raccolti attorno al giornalista. A ogni frase rispondono con una specie di«ola» per ribadire che non mollano. Poi, però, qualcuno sottovoce, fuori dal gruppone, chiede se il loro destino è venire rimandati indietro. I telefonini li hanno inzuppati d’acqua durante la traversata a nuoto o scaricati definitivamente. «Mangio poco o niente da tre giorni, ma non torno a casa. Posso chiamare mia sorella che sta a Siviglia e mi aiuterà a restare?» esordisce il 19enne Asdhine. La sorella risponde scoppiando di felicità e assicurando che verrà a prenderlo omanderà qualcuno. Dopo un po’ si crea la fila per una telefonata via Whatsapp a parenti e amici in Marocco, ma pure in Europa, già arrivati illegalmente da tempo.

Tra i clandestini marocchini - Il reportage di Biloslavo nell'exclave spagnola (Collaboratori carta)

La spiaggia è un gigantesco bivacco non solo di marocchini, ma pure per molti africani che arrivano da Somalia, Sudan, Mali, Nigeria, Senegal. E giocano a pallone sulla sabbia davanti al mare un po’ increspato. Un sudanese implora di caricare il telefonino nel mio taxi per informare la mamma che è vivo. Bashir Moktar, somalo partito minorenne sei anni fa da Mogadiscio, con un cespuglio di capelli rasta, spiega che il suo sogno «è giocare a calcio e magari entrare nel Real Madrid». Poi si stupisce che ci vuole solo un’ora di traghetto per la Spagna e comincia a pianificare con i suoi la traversata.

Fra i migranti ci sono anche alcune ragazze, rigorosamente con il velo, ma il volto scoperto, che si cimentano nel recuperare acqua in bottiglie di plastica dalle docce della spiaggia. Una è a forma di surf, che appare ridicolo e paradossale in questa situazione. Quando arriva la cisterna dell’esercito corrono in tanti per avere i primi posti nelle file organizzate dai militari. I soldati li fanno passare tre alla volta fra i mezzi verde oliva per prendere l’agognata acqua. Un militare con il tradizionale cappello rosso in testa che ricorda il fez, si avvicina e indica una trentina di marocchini che gridano da una duna di sabbia in arabo. «Urlano libertà, libertà - spiega - Posso capirli e li portiamo l’acqua perché ne hanno bisogno, ma quando sono arrivati in massa a Ceuta la città è stata travolta. La gente era barricata in casa per paura». I negozi, complice la giornata festiva, sono ancora sprangati a parte il mini supermercato Khalifa preso d’assalto dai residenti da giorni tappati in casa. Maria è oltre la mezza età e sul braccio ha un tatuaggio con il volto della Madonna. «Sono arrivati a ondate in cerca di lavoro che non c’è. Tutta colpa del Marocco e dei politici inSpagna - racconta - A qualcuno, che aveva addirittura bambini piccoli in braccio ho buttato qualche bottiglia d’acqua dalla finestra».

In 72 sono morti annegati nel tentativo di passare la frontiera a nuoto e gli obitori di Ceuta non hanno più posto per i cadaveri. Una morgue di fortuna è stata ricavata nel vecchio ospedale militare, ma in una città di sole 85mila anime seppellire un centinaio di vittime riempirebbe completamente il cimitero di Sidi Embarek. Lungo la strada per la frontiera il taxista ammette, che nei primi duegiorni dell’invasione «non si riusciva a muoversi con la macchina. Era strapieno di marocchini». Mohammed, spagnolo da generazioni con il padre che ha servito orgogliosamente nell’esercito, è la guida perfetta. La Guardia civil presidia il corridoio e la rete che finisce in mare del valico principale travolto dall’invasione. A Ceuta sono arrivati 3mila uomini di rinforzo fra soldati e poliziotti.

In mare si vede bene una lunga fila di galleggianti, che servono da barriera per chi ancora tenta, come la notte di sabato, di arrivare a nuoto. I marocchini che decidono di tornare a casa si presentano alla spicciolata, in due o tre al massimo. Sporchi, musi lunghi e qualche borsa della spesa con poche cose vengono accompagnati verso il Marocco dagli armadi in giubbottoanti proiettile della Guardia civil. Ogni tanto arriva una macchina della polizia che scarica altri giovani marocchini, con ilmuso ancora più lungo, spediti subito oltre confine. Le retroguardie dell’invasione che resistono sulla spiaggia come Nezar, Yousuf, Ibrahim inveiscono contro gli agenti e mostrano segni di botte, ma sembrano tutti convinti che «se non ci faranno restare in Spagna andremo in Francia o arriveremo in Italia».

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