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Cronaca locale

Cabine telefoniche: 468 “fantasmi” del tempo che fu ora da rimuovere

Sarebbero dovute diventare Infopoint e punti sos. Ma il progetto è stato fermato dal Consiglio di Stato

A un bivio Il Comune deve decidere se rimuovere le cabine o lanciare un bando pubblico

Si passa e si va, si percorrono le stesse identiche strade tutti i giorni, senza soffermarsi su alcuni dettagli nonostante siano lì in bella vista. Ecco quindi che basta prestare un po’ di attenzione, agli angoli delle strade, vicino alle fermate o nelle piazze per scorgere le vecchie cabine telefoniche che sembrano essere diventate dei fantasmi di un tempo in cui «una telefonata ti allunga la vita» come recitava Massimo Lopez. Sono 468 le vecchie cabine telefoniche sparse per la città. Al momento degli scheletri malconci e mutilati, più che dei fantasmi, essendo stato stroncato sul nascere il progetto della loro metamorfosi. L’accordo tra il Comune e Tim, ufficializzato con delibera del 2023, prevedeva che i box chiusi e le postazioni aperte diventassero, prime in Italia, stazioni smart, info point importanti per la cultura, il turismo e tutte le notizie che Palazzo Marino avrebbe ritenuto interessante comunicare ai propri cittadini e alle migliaia di turisti di passaggio. Ma anche un presidio per la sicurezza grazie alle funzionalità di videosorveglianza e a valenza sociale: il tasto «Women+», nei piani, avrebbe dovuto consentire di chiedere aiuto in situazioni di pericolo. Al momento resteranno ciò che sono: vestigia di un passato in cui i numeri si digitavano dopo aver inserito la moneta o la scheda telefonica, strutture inutilizzate, spesso vandalizzate e trasformate in supporti per affissioni abusive. Per la verità alcune di queste sono funzionanti, come quella in via Caterina da Forlì, quella di via Inganni permette di chiamare solo con scheda, mentre in Legioni Romane, Buenos Aires, via Mascheroni via Primaticcio e via Procaccini non funzionano.

A fermare il progetto concordato tra Comune e Tim, con il successivo coinvolgimento di Urban Vision per la gestione degli spazi pubblicitari, è stato il Consiglio di Stato che ha contestato il fatto che Palazzo Marino avesse siglato un accordo con un operatore privato senza bandire una gara perché le strutture sarebbero state installate sul suolo pubblico e finanziate attraverso i ricavi della pubblicità. Non si trattava quindi della semplice sostituzione di vecchie cabine telefoniche, ma dell’assegnazione di spazi economicamente rilevanti. Già il 12 marzo l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva sollevato alcune osservazioni in merito «alle problematiche concorrenziali derivanti dalla possibile approvazione da parte dei Comuni, senza svolgimento di alcuna procedura ad evidenza pubblica, di un progetto di Tim in partnership con Urban Vision volto alla conversione delle attuali postazioni telefoniche pubbliche in cabine digitali multiservizi. «Tale progetto - si legge nel documento - risulta essere stato già approvato dal Comune di Milano (con delibera n. 1699 del 22 dicembre 2023 e con la sottoscrizione di un successivo accordo del 6 marzo 2024). L’Autorità ritiene che l’approvazione del progetto di TIM e Urban Vision da parte dei Comuni coinvolti e la sua implementazione possano comportare una ingiustificata violazione del principio di non discriminazione e una distorsione delle dinamiche concorrenziali nel settore della pubblicità esterna». Il Consiglio di Stato con la sentenza (n. 05940/2026) del 21 luglio, ha annullato la deliberazione della Giunta di Milano e il relativo accordo di collaborazione con Tim per realizzare le cabine telefoniche digitali. Due le strade ora per Palazzo Marino: portare avanti il progetto, lanciando un avviso pubblico aperto a tutti gli operatori di comunicazioni che definisca utilizzo degli spazi pubblicitari, durata delle concessioni e obblighi di manutenzione, o rimuoverle. Al momento, però, il risultato è che Milano non ha né le vecchie postazioni funzionanti né le nuove stazioni digitali, ma conserva centinaia di relitti abbandonati sui marciapiedi.

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