Don Stefano Guidi, direttore della Fom, la Fondazione oratori milanesi, l’oratorio è un osservatorio privilegiato sull’adolescenza. Che cosa vedete di più o meglio degli altri?
«Come ogni agenzia educativa l’oratorio non pretende di avere una visione completa della situazione attuale degli adolescenti. Si tratta di una visione parziale, che contribuisce insieme con le altre a decifrare il mondo degli adolescenti. Noi oggi vediamo negli adolescenti gli effetti del vuoto interiore e nello stesso tempo la spinta ad una ricerca sincera. Gli adolescenti di oggi non sono contro la proposta cristiana. Pensano che non sia interessante per loro. Le cose cambiano quando hanno l’occasione di fare esperienze cristiane concrete».
In un tempo in cui la delinquenza giovanile è sempre più avvertita come un’emergenza, quale ruolo ha l’oratorio?
«Nel momento storico in cui viviamo, così complesso e drammatico, i fenomeni di violenza giovanile stanno provocando una crescente percezione di insicurezza urbana e talvolta reazioni scomposte che invocano severità e punizione. Francamente non vedo le stesse reazioni morali per fenomeni sistemici di disonestà e violenza decisamente più gravi e preoccupanti. A mio avviso l’oratorio deve aiutare gli adulti a moderare visioni apocalittiche e a rimboccarsi le maniche e darsi da fare: gli adolescenti violenti sono innanzitutto abbandonati a loro stessi, crescono senza adulti significativi con cui confrontarsi. L’altro fenomeno a mio avviso più angosciante è quello del ritiro sociale. Manca la relazione non la punizione».
In molte realtà gli oratori sono gli unici presidi educativi e sociali esistenti. Vi sentite abbandonati?
«È vero! Ma l’oratorio è dappertutto perché la Chiesa è dappertutto. L’oratorio nasce dalla parrocchia, che vive tra la gente e si mette a servizio della gente lì dov’è. Non è un’impresa sociale che sviluppa i propri progetti e programmi. Prima che un servizio sociale, l’oratorio è uno spazio di prossimità e fiducia. Non ci sentiamo abbandonati anzi: l’oratorio ha la capacità aggregare ancora oggi tante persone e tante espressioni sociali, attorno a tante esperienze: non solo quelle formative religiose, ma anche quelle sportive e ricreative».
Che ruolo gioca lo sport nel coinvolgimento degli adolescenti?
«L’attività sportiva gioca un ruolo fondamentale. Gli oratori della Lombardia si sono organizzati nel corso degli anni realizzando anche strutture e impianti sportivi importanti. Le Associazioni sportive dilettantistiche sono migliaia nei nostri oratori. Una proposta educativa e di socializzazione che è molto apprezzata e partecipata. Gli oratori poi offrono anche momenti di animazione sportiva e di gioco, non solo di attività organizzata. E questo è molto importante perché consente una partecipazione molto più ampia, anche da parte dei genitori dei ragazzi coinvolti».
L’anno che si è appena concluso è stato dedicato a San Francesco. Quali saranno tema e contenuti del prossimo anno?
«Abbiamo ideato questo titolo: Sei nella festa, per lanciare il messaggio che la speranza è più forte delle ombre e delle difficoltà che siamo chiamati ad affrontare, in ogni età della vita come in ogni tempo storico».
L’oratorio è uno spazio per tutti. Quali sono le difficoltà e le opportunità nell’integrare ragazzi che provengono da ambienti diversi e spesso da nazioni diverse?
«Esattamente come la scuola, l’oratorio è uno dei pochi spazi sociali in cui ragazzi e adolescenti crescono insieme agli adulti, generando così relazioni di fiducia e di senso. L’oratorio non si è proposto di «integrare» nessuno. Si è trovato naturalmente a farlo proprio cercando di essere e di fare quello che deve fare. L’accoglienza quando è vera crea le condizioni umane perché si possano superare distanze e pregiudizi. Sicuramente l’oratorio è aiutato in questo dall’insegnamento del Vangelo e dai suoi strumenti educativi, quali lo sport, il gioco, la vita insieme. Oggi incontrarsi e vivere rapporti di fiducia è sempre più necessario, soprattutto per gli adolescenti. Sono proprio gli adolescenti nati in famiglie migranti a vivere situazioni di maggiori difficoltà: sono nati in Italia, crescono nella cultura italiana e vivono la problematica di coniugare tutto questo con la propria cultura in famiglia. Non è facile. Nell’ottobre scorso la diocesi di Milano ha diffuso un documento («Fede e accoglienza: l’oratorio come luogo di incontro interreligioso», Centro Ambrosiano, 2025) che offre indicazioni e strumenti agli oratori, per aiutarli ad essere un punto di riferimento anche per gli adolescenti che vivono questa situazione».
Se potesse chiedere una sola cosa alla politica, quale sarebbe?
«Devo rilevare che dal Covid in poi è cambiato lo sguardo delle istituzioni politiche e con esso anche delle realtà sociali che hanno punti di interesse comuni con gli oratori. Direi che da un atteggiamento generale e sostanziale di beneficenza si è passati ad un atteggiamento di ricerca e di richiesta di collaborazione e di partecipazione a progettazioni sociali importanti. Anche gli ultimi interventi del governo vanno in questa direzione: l’oratorio viene riconosciuto come soggetto e come spazio sociale ed educativo importante, il cui contributo è qualificante l’azione sociale. Alla politica chiederei di impegnarsi a dare continuità nel tempo agli interventi educativi: questo aiuterebbe molto a superare una certa frammentarietà e autoreferenzialità dell’azione sociale».
