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Cronaca locale

“Mi sento come una mano nascosta che fa funzionare lo spettacolo”

“Un grande regista è quello che fa funzionare le scene, le luci, i costumi, il testo, in modo armonico: sono io che decido spazio, scena, attori. Sono una mano nascosta che non si deve vedere”

Il prossimo 30 agosto nel Teatro Cortesi di Sirolo verranno premiati 16 nomi che hanno contribuito a rendere «Il teatro una via per la pace», tema della XXII edizione del Premio Franco Enriquez 2026 (http://www.enriquezlab.org). Prima artista a riceverlo, nella rosa dei vincitori, è Andrée Ruth Shammah, per «l’attività registica (150 spettacoli), essendo rimasta fedele alla grande tradizione, tanto da essere ritenuta l’ultima regista di una generazione che lei ha rinnovato grazie alle sue capacità intuitive e visionarie».

Cosa significa essere premiata come ultima regista’ di una generazione?

«Credo che il premio sia in nome della mia vitalità, non della rappresentanza di un mondo. Che è vero che sta finendo, ma è anche vero che perché io ho avuto dei grandi maestri ora cerco di trasmettere i loro insegnamenti ai giovani. Esistono dei valori della regia che io incarno. Spero che il premio mi sia stato dato anche perché sono creativa nel pensare a un luogo, un teatro, che è una visione: che ho la forza pratica e economica di realizzare. E questo è il mondo Parenti. Chi è oggi il regista? Il regista oggi è chi si innamora di un testo e lo usa per farlo diventare ciò che pensa sia giusto. Noi della mia generazione pensavamo che un regista si mettesse dentro un testo, cercasse di capirlo e di portarlo davanti al pubblico. Moliere ha scritto il Misantropo in versi, io li ho mantenuti nella mia regia (stagione ’23-’24, n.d.r). Senza metterci dentro parolacce: penso che Moliere sia più giovane e più moderno dell’aggiornamento, che invecchia dopo una settimana».

Quindi vorrebbe meno autoreferenzialità da parte dei registi?

«Un grande regista è quello che fa funzionare le scene, le luci, i costumi, il testo, in modo armonico: sono io che decido spazio, scena, attori. Sono una mano nascosta che non si deve vedere. Delle volte risolvo una cosa in 5 minuti. Non sono 5 minuti, sono 50 anni. Con 50 anni di lavoro io posso fare una cosa in 5 minuti».

Quanto sono necessarie, in una regia e per la gestione di un teatro, la visione poetica e la capacità organizzativa?

«Sono indispensabili tutte e due: io riesco a far funzionare le cose perché sono anche responsabile di produzione».

Il Parenti come centro culturale, piscina, casa per artisti, bar, varie sale: qual è l’idea guida per creare un luogo del genere, e che cosa ancora c’è da inventare?

«L’idea di partenza è molto precisa: non è l’accumulo delle sale, ma sale diverse che accolgono diversi rapporti col pubblico: è un progetto artistico. Essendo gli unici ad avere anche una piscina, stiamo sviluppando il fatto che è una piscina gestita da un teatro: il nuoto a Sirena si fa solo da noi».

È giusto che lo Stato finanzi la cultura, o sta alla cultura sviluppare una buona capacità di proposte che sia per le imprese motivo di orgoglio sostenere?

«Secondo me entrambe le cose. Io sono un esempio perché la mia ambizione è creare un meccanismo di sostenibilità. Il contributo dello Stato è una parte della nostra economia. Era un cinema chiuso, terza visione, grazie al teatro è cambiata la zona. Da questo punto di vista credo non ci sia un esempio come il mio».

Il Premio Enriquez vede il teatro come un luogo di pace e di scambio. Eppure in sala si possono esporre anche punti di vista forti, che suscitano opinioni differenti (vedi, al Parenti, «Chi come me»). Qual è l’incantesimo per cui il teatro resta un luogo libero e allo stesso tempo di comunione e condivisione?

«La mia convinzione assoluta è che non esista il pensiero unico: è molto importante essere un luogo di scambio d’idee. Io sono per una cultura del dubbio, ho preso dall’ebraismo la cosa più ricca. Un’idea e il suo contrario possono essere tutt’e due vere».

Anche Raphael Tobia Vogel, suo figlio, ha vinto il Premio Enriquez nel 18 come miglior regista nella categoria Teatro Contemporaneo. Oggi è negli organi direttivi del Parenti. Come si trasmette a un figlio l’amore per il teatro?

«A lui piaceva il cinema, la prima regia teatrale («Per strada», n.d.r.) l’ha fatta con Francesco Brandi, che aveva conosciuto sul set di un film di Pupi Avati. Col tempo si è appassionato ad una certa idea di teatro. Per ora è alla regia, vediamo se si entusiasma anche alla gestione di una sala. Ma è libero. Come dicevamo all’inizio: la vecchia generazione, la nuova generazione. Il mondo cambia, il teatro cambia. Non per forza deve essere come l’ho vissuto».

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