Altro che «gettato nel mondo» (la condizione umana secondo Heidegger), il clochard Giovanni - che abita in via Torino dal 2021 - pare proprio gettato via. Come un sacco della spazzatura. Gli si passa accanto, si fa finta di non vederlo o a riprova che invece lo si vede - si fa un giro largo, forse perché non profuma di dopobarba. Arriva all’alba e se ne va che è notte. Davanti a lui l’unica domanda accettabile - che è perché? - è stata prosaicamente trasformata in «perché lui?». Ci si accomoda nella scusa che ce ne sono tanti nella sua situazione. Infatti, in via Torino, ma anche altrove, non è l’unico. Giovanni però è gravemente malato, non pare neppure lucido e testimonia come può finire un’esistenza quando manca la cura. È così che funziona? Finché si è giovani e belli si è accettati, quando si sta male da clochard si è gettati via. Nel Paese più ricercato dalle popolazioni povere per l’assistenza sanitaria è un paradosso ancora più stridente. Fossimo negli Usa, dove le cure sono elargite in base alle carte di credito, capiremmo un po’ di più. Ma qui c’è tutto un mondo intorno che finge indifferenza.
Per Giovanni si sono movimentati i residenti - una manciata che a modo loro lo conoscono. E si sono rivolti a il Giornale. «È italiano, avrà una settantina d’anni. È arrivato qui subito dopo la pandemia. Prima stava bene, il sabato sera lo incrociavamo alla Messa nella chiesa di San Giorgio, ora è visibilmente malato: è diventato un mucchietto di ossa e ha le gambe ricoperte di bende». Non si sa chi lo abbia medicato. È sempre stato molto schivo, «rispondeva a monosillabi. Il poco cibo non gli manca perché i negozianti gli portano sempre qualcosa. Ora non dice più nulla». Accanto a lui, sistemati sul gradino di una vetrina sigillata ci sono un sacchetto di plastica, tre o quattro bottiglie d’acqua e due tramezzini confezionati. Non c’è il cappello di chi chiede la carità. Giovanni è adagiato sul selciato, la testa su un cuscino, se ne sta rannicchiato sul lato che beneficia dell’ombra. Prima si sistemava sul marciapiede di fronte perché c’è l’ingresso di un palazzo che forma una nicchia sempre all’altezza della piazza San Giorgio. Fra i residenti c’è un’infermiera del Policlinico che conosce bene la situazione degli ospedali milanesi, soprattutto d’estate: «Vorremmo fare un appello ai Servizi sociali: non si può lasciare un uomo in queste condizioni. Le ambulanze ripetono sempre che se non c’è la volontà del soggetto non si può procedere a un ricovero, perché non si agisce come adulti di fronte a un bambino? Quest’uomo non è più in grado di badare a se stesso, lo stiamo vedendo deperire giorno dopo giorno, non vorremmo che morisse per strada».
Altri testimoni sono certi che qualcuno si sia occupato di lui, «indossa il pannolone e le bende alle gambe gli sono state messe. Non capiamo se si è ferito restando in mezzo alla strada o se abbia il diabete. Forse sono stati i volontari della Croce Rossa o i City Angels».
Un altro residente riferisce di vederlo arrivare al mattino presto a bordo di una carrozzella dalla via Nerino: «Quando apro le finestre alle sei lo vedo, la carrozzina è comparsa da poco, abbiamo immaginato che con le fasciature non riuscisse a camminare». Poi Giovanni sistema il suo giaciglio sul marciapiede e la carrozzina sparisce per venirgli restituita la sera. Forse c’è qualche negoziante che gli custodisce il mezzo per restituirglielo a fine giornata.
Dove può andare Giovanni se per lui non c’è posto in ospedale e gli ospizi sono a pagamento? La nostra società non prevede i Giovanni.
