L’orrore arriva di nuovo qui, a 34 chilometri da Modena, lungo la campagna della statale 12, in un paese conosciuto finora soprattutto per un uomo dalla cultura senza fine, Giovanni Pico. Adesso invece a Mirandola si parla di un padre e di una madre decapitati con ferocia. Le prime indiscrezioni svelano sospetti sul figlio, ma in questi casi la prudenza non è solo buon senso. È un principio giuridico sacro. Non tocca per fortuna ai giornalisti indicare i colpevoli. Gli orari come sempre sono importanti. La notizia è arrivata alle otto e trenta della sera, con due cadaveri ritrovati in un casolare di campagna, in via Imperiale, con le sirene di carabinieri, polizia e del 118 che rompono il silenzio di questo autunno che comincia a vedere l’inverno. Sul posto arriva il capo della Mobile Mario Paternoster. C’è anche il pm di turno Nicolini. La scientifica non è ancora entrata in casa. Il figlio è sotto interrogatorio.
Le prime voci dicono di marito e moglie, tutti e due pensionati, lui 80 anni e lei dieci di meno, ma la notizia che fa subito il giro del web è: decapitati. Subito dopo l’altra, quella che pesa ancora di più: il figlio. Chi ha chiamato? Chi ha aperto per primo quella porta? È la domanda da cui partono tutte le altre, e per ora resta senza risposta. Se l’ipotesi venisse confermata, Mirandola entrerebbe in quella geografia italiana dei delitti in famiglia che abbiamo imparato a riconoscere a memoria. La casa che dovrebbe proteggere diventa il posto più pericoloso del mondo. È la tragedia più antica, quella dei padri e dei figli, e nessuno ha mai trovato il modo di raccontarla senza sentirsi un intruso. Si entra nel terreno delicato del disagio mentale, di figli che non ricevono cure, di situazioni lontane e profonde che il welfare e la sanità italiana faticano a vedere. C’è il dramma della provincia che non ha più punti fermi, che non si riconosce, dove la comunità giorno dopo giorno si è persa e ognuno si è ritrovato solo nel proprio dramma, nei personali inferni di chi non sa a che santo rivolgersi, della morte che ti cammina affianco, spesso in silenzio, altre volte sotto la maschera che nasconde la follia che non si vuole ammettere, riconoscere. È l’orizzonte della terra che non è più campagna, perché non ci sono campi da coltivare, perché non c’è neppure la fatica dei contadini e restano solo gli anni che passano, da contare come si faceva dentro i tronchi degli alberi, anello dopo anello, ma con una disillusione che non ti lascia speranze e diventa prima attesa e poi disperazione. È la paura che circonda le case della pianura, perché da soli si ha più paura, del buio, di quello che sta fuori, di quello che non ti aspetti.
Mirandola ha già conosciuto la paura, quella del terremoto del 2012, quando le case crollavano e la gente dormiva in macchina. Era una paura che veniva da sotto, dalla terra, e si poteva condividere. Questa invece viene da dentro, e ti lascia solo. La speranza è che nel dramma non ci sia anche il delitto più brutto. Gli investigatori lavorano in via Imperiale e presto arriveranno i nomi, l’autopsia, una versione ufficiale. Fino ad allora l’unica cosa onesta da scrivere è che una famiglia è finita e non sappiamo ancora come.
