C’è una piazza, a Città Studi, che sembra uscita da un catalogo di villini liberty per famiglie bene: piazza Edoardo Ferravilla, un fazzoletto di verde circondato da palazzine belle époque, quella Milano borghese e discreta che si vanta di non alzare mai la voce. Ed è proprio lì, in una di quegli stabili, che sabato i poliziotti dell’Upgsp (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della questura ha arrestato Tony Boy, 26enne padovano all’anagrafe Antonio Hueber, rapper da un milione di follower, trovato con cocaina, hashish, marijuana, una pistola con la matricola abrasa e una cinquantina di munizioni. Il contrasto, per chi conosce la zona, è quasi comico: il trapper che nei suoi testi rivendica la strada vera va ad abitare in uno degli angoli più ovattati di Milano, tra siepi curate e portoni d’epoca.
La dinamica dell’arresto, ricostruita dagli inquirenti, è quella di un controllo che si allarga passo dopo passo. Tony Boy viene fermato per strada insieme a un amico, un 32enne con precedenti per droga. Nell’auto, sul sedile posteriore, salta fuori una bustina di cocaina. Da lì la perquisizione si sposta dentro casa, in quella villetta di piazza Ferravilla che di lì a poco diventerà set involontario di una diretta social: perché Tony Boy, mentre gli agenti rovistano tra i suoi effetti personali, decide di riprendere tutto e mandarlo in streaming, protestando di essere stato perquisito «senza mandato». Il risultato, oltre alla droga, è un vero e proprio arsenale: una pistola con matricola abrasa e una cinquantina di cartucce di vario calibro, oltre a una bilancia elettronica che di solito non si tiene in casa per pesare lo zucchero. Per lui, arresto per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio e possesso di armi clandestine, destinazione San Vittore. L’amico se la cava con una denuncia a piede libero per resistenza a pubblico ufficiale.
Ma è l’indirizzo, va detto, a rendere la storia particolarmente saporita per chi mastica la memoria di quartiere. Piazza Ferravilla non è un posto qualunque nella geografia sentimentale della sinistra milanese più movimentista: per anni, in quelle stesse villette liberty di proprietà Aler oggi abitate da chi se le può permettere a prezzi da centro storico, ha vissuto il centro sociale «Lambretta». Occupazione, sgombero, rioccupazione, altro sgombero, in un tira e molla che a Milano si ricorda ancora bene: nell’agosto 2014 lo sgombero definitivo, con sei militanti del collettivo che salirono sul tetto di una delle palazzine e vi restarono per l’intera giornata, mentre fuori si radunava un presidio di solidarietà. Un pezzo di storia antagonista della città, cancellato poi dalla riqualificazione e dai prezzi immobiliari, fino a diventare oggi l’indirizzo di un rapper milionario in manette per droga e armi clandestine.
Difficile non leggerci un cortocircuito quasi involontariamente satirico: lo stesso perimetro urbano che un decennio fa ospitava occupanti sgomberati a forza dalla polizia, oggi ospita chi con la polizia ci ha avuto a che fare per motivi decisamente meno romantici, tra sostanze stupefacenti e armi clandestine, filmando l’intera scena per i suoi follower. Non più il conflitto sociale con lo Stato da un lato e i movimenti dall’altro, ma il singolo individuo, ricchissimo, che nel salotto di una villetta borghese tiene la stessa quantità di problemi con la giustizia che un tempo si respirava per ragioni collettive e politiche.
