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Cronaca nera

Garlasco, guerra per bande dove la vittima è la verità. I depistaggi e gli atti inediti

Scritto dalla nostra cronista, Rita Cavallaro, e con la prefazione del direttore Tommaso Cerno, ricostruisce gli sviluppi del delitto più discusso del nostro Paese

Alberto Stasi è fuori dal carcere: ecco come sono le sue giornate

«Nel caso di Garlasco c’è un elefante nella stanza. Così ingombrante da aver oscurato, in troppe occasioni, perfino l’immagine della povera Chiara Poggi, rimasta sullo sfondo del grande show all’americana messo in scena da avvocati, consulenti, investigatori dell’epoca, giornalisti, opinionisti e personaggi in cerca d’autore. L’elefante nella stanza di Garlasco, fin dal primo momento in cui la Procura di Pavia ha riaperto l’inchiesta contro Andrea Sempio, è la corsa disperata, con ogni arma e mezzo, per fermare il cammino per la verità, in un grottesco tentativo di proteggere quella cortina fumogena che cela la storia del delitto».

È uno dei passi del nuovo libro della collega Rita Cavallaro, «Il caso Garlasco. Verità sotto processo», edito da Baldini+Castoldi, la casa editrice di Elisabetta Sgarbi, con la prefazione del direttore del Giornale Tommaso Cerno e in uscita domani nelle librerie. Un lavoro scrupoloso che ricostruisce, attraverso atti inediti, perizie e intercettazioni, gli sviluppi della nuova inchiesta della Procura di Pavia che scagiona il condannato Alberto Stasi e accusa il nuovo indagato Andrea Sempio, svelando errori, depistaggi e rapporti controversi in quello che era un caso chiuso, ma che ormai appare come uno dei misteri più discussi d’Italia. Da quando i sospetti su quella condanna disseminata da ragionevoli dubbi hanno spinto lo Stato a considerare la possibilità di aver commesso un terribile errore, mandando in carcere un presunto innocente. Da lì si è aperto un vaso di Pandora sulle presunte omissioni della vecchia indagine del 2007, nonché le ipotetiche coperture nel 2017 per l’archiviazione di Sempio, finito sotto la lente investigativa per il Dna trovato sulle unghie della vittima. E il caso è diventato un unicum della giurisprudenza, aprendo pesanti interrogativi sul funzionamento della giustizia e sull’eccezionale possibilità di processare un uomo mentre già un altro è stato riconosciuto colpevole in via definitiva, passando oltre dieci anni della sua vita in prigione. Di fronte a una verità processuale che mostra crepe inattese, il timore che ciò che è accaduto a Stasi possa succedere a chiunque ha portato un intero Paese ad appassionarsi alla vicenda.

«Il caso Garlasco, più di altri, mostra la frattura tra giustizia e racconto della giustizia. Da una parte le carte, dall’altra le voci. Da una parte i tempi lunghi di un accertamento, dall’altra l’impazienza di un pubblico che vuole un colpevole in diretta. In mezzo, le persone: famiglie, amici, investigatori, consulenti, avvocati, giornalisti, e chiunque finisca volontariamente o meno schiacciato dalla macchina che trasforma una tragedia privata in una vicenda nazionale», scrive Cerno nella prefazione del libro. «La famiglia della vittima, aggrappata con ogni forza a una sentenza definitiva, vive il riaprirsi delle ipotesi come un rischio intollerabile: come se rimettere in moto l’indagine significasse togliere stabilità al lutto, cambiare il nome del dolore, perdere l’unico punto fermo rimasto. Dall’altra parte, chi sostiene che la stabilità non possa essere pagata con l’ombra del possibile errore, e che la giustizia, proprio per rispetto della vittima, debba essere disposta a rivedersi quando emergono elementi, criticità o prospettive investigative nuove», si legge. «È qui che la storia che Rita ripercorre scegliendo visuali via via diverse, smette di essere soltanto un caso di cronaca e diventa una storia sul potere», sottolinea il direttore, «il potere di decidere cosa è vero, il potere di resistere al cambiamento, il potere di imporre una versione dei fatti come definitiva. Un potere che non è mai di una sola persona, ma di un sistema intero: fatto di istituzioni, competenze, egemonie mediatiche, dinamiche social; ma anche di quella strana pressione che nasce quando un Paese ha investito emotivamente in un esito e fatica ad accettare che tale esito possa essere discusso senza che questo significhi attaccare qualcuno». Ecco perché il libro di Cavallaro racconta le nuove carte e svela quel «sistema» che, dall’avvio delle indagini, ha determinato due fronti contrapposti, una sorta di guerra per bande sia sul piano giudiziario che mediatico.

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