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Cronaca nera

La baita, il monossido e l’ultima telefonata di Pietro: “Aiuto”

Il volontario morto aveva 35 anni. Altri 5 intossicati nell’alpeggio. L’Sos nella notte

La vittima Pietro Maria Fiori, 35 anni, product designer a Milano Era volontario nell'alpeggio

Non era salito in montagna per fare una foto da postare. Pietro Maria Fiori, 35 anni, product designer, era andato in Val Devero, in Piemonte, per lavorare gratis, per settimane, accanto a chi porta le mucche in alpeggio quando tutti gli altri sono già scesi al mare. Milanese, era volontario del «Progetto Pasturs» che manda ragazzi tra i diciotto e i quarantacinque anni ad aiutare gli allevatori in alpeggio. Se n’è andato così, nel sonno, soffocato da un gas che non ha odore, non ha colore, non dà scampo.

È successo nella notte tra sabato e domenica, poco dopo mezzanotte, nella baita isolata dell’Alpe Buscagna, territorio di Baceno, provincia del Verbano-Cusio-Ossola, a un tiro di schioppo dal confine svizzero. Un boiler difettoso, si sospetta, ha cominciato a bruciare male e a riempire l’aria di monossido di carbonio mentre sei persone dormivano. Il nemico invisibile per eccellenza, quello che uccide senza lasciare il tempo di capire cosa stia accadendo.

Fiori non si è più svegliato. Con lui, in quella baita, c’era anche una ragazza di 19 anni, anche lei volontaria: dopo una telefonata ai soccorsi nella notte - «Aiutateci!» - è stata portata in gravissime condizioni in elisoccorso al Niguarda dove fortunatamente ieri sera ha ripreso conoscenza. Con il passare delle ore sono migliorati anche gli altri due intossicati finiti in camera iperbarica alla casa di cura I Cedri di Fara Novarese, cioè il gestore dell’alpeggio, dell’azienda agricola «Francesco Biondo» e suo padre, mentre altri due dipendenti erano finiti in codice verde all’ospedale di Domodossola.

Un bilancio pesante: un morto, una ragazza salva per un soffio, 4 feriti. Il soccorso alpino della Guardia di Finanza di Domodossola ha sequestrato il boiler ritenuto all’origine della fuga di gas, e ora dovrà stabilire se il malfunzionamento fosse prevedibile, quando l’impianto sia stato controllato l’ultima volta e se le norme di sicurezza siano state rispettate. Restano da chiarire le responsabilità di chi gestisce la struttura e di chi doveva vigilare sulla sua manutenzione, magari anche installando un rilevatore di monossido: interrogativi legittimi, a cui solo l’inchiesta potrà dare risposta. Resta, sullo sfondo, una domanda che merita di essere posta senza ipocrisia: quanto sono davvero sicure le baite in quota dove ogni estate arrivano ragazzi disposti a lavorare gratis per un’esperienza autentica? Fiori era andato ad aiutare chi lavora la terra e gli animali tutto l’anno, in silenzio, senza applausi. È tornato a Milano in un sacco nero. Che si sia trattato di un guasto imprevedibile o di una manutenzione trascurata, lo dirà l’inchiesta. Ma la domanda, intanto, resta.

I soccorsi sono stati imponenti: 118, due elisoccorsi, Soccorso Alpino, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, tutti mobilitati per raggiungere una baita che l’isolamento e la quota rendono difficile da raggiungere. Un dato che pone comunque un tema: quanto siano attrezzate, in caso di emergenza, strutture così remote frequentate ogni estate da decine di volontari.

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