La verità è che la noia non spiega tutto e non assolve nessuno. «L’abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo» è stata la confessione dei due ragazzi della banda della minicar a Roma e leggere quella frase è stato come masticare limone. C’è una noia che è premessa di letteratura, viaggi, grandi intuizioni. E poi c’è la noia di chi non sa vivere. Come del resto ha spiegato quel Dino uscito dalla penna di Alberto Moravia completamente incapace di tenersi nei giorni qualunque cosa non fosse un inizio o un’emozione tesa. Dev’essere estenuante voler essere sempre altrove. Sentirsi disancorato. Appassire sotto ogni accenno di abitudine, di ripetizione, scalciare via ciò che sembra sicuro perché diventa una mano stretta attorno al collo per soffocarci il respiro in gola. Dev’essere sfinente ricominciare daccapo ogni volta per non trovare nulla che riempia, che sazi, che plachi. Ma non è il mondo a dover intrattenere chi non sa cosa farsene della propria libertà. Le voragini si saziano di pessime cose. Per questo, dietro certi gesti non c’è soltanto il vuoto, ci sono il disprezzo, il gusto di dominare e la voglia di provare qualcosa sulla pelle di qualcun altro. La noia da sola non rende violenti e non è mai bastato annoiarsi per trasformare gli altri in un bersaglio. Non così, quantomeno. Il problema, qui, non è annoiarsi. É pensare che la propria noia autorizzi qualsiasi cosa. È non avere niente da fare, sentire il tedio di non ritenersi intrattenuti da nulla e da nessuno e convincersi che qualcuno debba pagarne il prezzo. La noia non giustifica niente ma a volte, semplicemente, toglie il velo a ciò che c’è già: il vuoto, certo, ma anche l’assenza dei limiti e l’incapacità di riconoscere nell’altro una persona, non un passatempo per una serata fiacca. Una persona. Che forse la sua vita sapeva pure riempirla prima di avere la sciagura di incontrare sulla sua strada due guidatori e nessun conducente.

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