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Cronaca nera

Stupro a Romolo: l’aggressore 26enne è un impiegato di banca incensurato

Ha origini colombiane e cittadinanza italiana, ha studiato all’estero. È lui che il 2 agosto assalì e palpeggiò una 20enne

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C’è un dettaglio che, in una storia già di per sé raccapricciante, funziona come una piccola scheggia impazzita: l’uomo che il 2 agosto ha scaraventato a terra una ragazza appena scesa dal metrò a Romolo, che l’ha palpeggiata mentre urlava, che è scappato inseguito da un ciclista e si è nascosto su un bus di linea come un ladro di polli qualunque, di lavoro fa l’impiegato di banca. A Milano. Ventisei anni, origini colombiane, cittadinanza italiana, un tatuaggio identificativo su ciascun braccio e, fino a venerdì scorso, una scrivania con ogni probabilità dotata di computer, telefono aziendale e magari anche una tessera mensa.

Non è un dettaglio decorativo. È il punto esatto in cui la narrazione consolatoria del mostro quello che vive ai margini, che non ha un lavoro, che si riconosce da lontano va in pezzi. Il 26enne di viale Liguria ha studiato all’estero, si è trasferito a Milano da meno di un anno, ha un impiego regolare in un settore che, notoriamente, non assume sulla fiducia: controlli, verifiche, referenze. È esattamente il profilo che una città come Milano si racconta come rassicurante. Il collega di sportello, l’uomo con la giacca e la cravatta che ti spiega il mutuo, quello che il venerdì sera magari è all’aperitivo con gli altri della filiale.

E invece è lui sostengono gli inquirenti della Squadra mobile guidata da Alfonso Iadevaia e Lucia Vitali l’uomo che ha pedinato una 20enne dalla metropolitana fino a viale Liguria, l’ha afferrata da dietro facendole credere per un attimo di conoscerla, l’ha buttata sull’asfalto e ha infilato una mano dove non doveva mentre lei urlava. Il tutto parole della vittima messe a verbale con la freddezza di chi sta facendo un esperimento: «Come se il gesto volesse dire vediamo se riesco». Una prova di forza. Un test. Categorie che di solito associamo più ai colloqui di lavoro che agli stupri per strada, e che qui coincidono in modo osceno.

Il paradosso è tutto nell’ordinanza del gip Nora Lisa Passoni, che ha disposto gli arresti domiciliari non il carcere «in ragione dell’incensuratezza dell’indagato», il quale ha alle spalle «solo» un ammonimento per stalking. La stessa giudice che scrive di un «gesto di matrice predatoria e violenta» e di un «rischio estremo» di recidiva è quella che gli concede, per adesso, il divano di casa dei genitori a Reggio Emilia invece di una cella. È il classico cortocircuito tra ciò che il sistema può prevedere sulla carta e ciò che chiunque, leggendo il racconto della vittima, avrebbe già capito da solo.

Perché la verità è che l’incensuratezza, in questi casi, dice pochissimo. Dice che nessuno l’ha mai beccato prima, non che prima non l’avesse mai fatto. Il colletto bianco che stupra per strada in pieno pomeriggio, si dà alla fuga con l’agilità di chi ha fatto sport, prende un bus di linea come se stesse tornando dall’ufficio e tre giorni dopo viene pure controllato casualmente a Cadorna senza che scatti nulla, non è un’anomalia statistica da archiviare. È un promemoria fastidioso: la banca non è un certificato di normalità, è solo un posto dove si timbra il cartellino.

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