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Cronaca nera

Violenta una donna mentre fa jogging: tunisino condannato a 8 anni. Ma è già sparito

Il trentenne non si è mai presentato al processo e potrebbe essere all’estero. La vittima: “Ho paura di rivederlo”

Violentata mentre fa jogging: fermato 32enne gambiano

Otto anni di carcere, mentre di lui non c’è più traccia. Il tribunale di Torino ha condannato il trentenne di origini tunisine accusato di aver violentato una donna di 53 anni mentre faceva jogging in un parco pubblico di Luserna San Giovanni, in provincia di Torino. Una sentenza arrivata ieri, a oltre due anni dall’aggressione, e ascoltata in aula dalla vittima. L’imputato, invece, non c’era. Come non c’era stato alle precedenti udienze. Da tempo ha fatto perdere le proprie tracce e non è escluso che abbia lasciato l’Italia.

La procura aveva chiesto nove anni di reclusione. I giudici ne hanno inflitti otto, disponendo anche una provvisionale di 60 mila euro a favore della donna. Una decisione che ha provocato la commozione della vittima, presente in tribunale e assistita dall’avvocato Giada Lust. Il suo pensiero, una volta ascoltato il dispositivo, è andato soprattutto alle figlie.

La violenza risale al giugno del 2024. Era tardo pomeriggio e la donna stava correndo nel parco quando improvvisamente sentì una mano sul petto afferrarla da dietro. Attorno non c’era nessuno. Solo quell’uomo, descritto con una maglietta rossa. La 53enne provò immediatamente a reagire, a divincolarsi e a respingerlo. Durante la colluttazione l’aggressore cadde sul suo corpo, schiacciandola e provocandole gravi conseguenze fisiche. Lei, però, continuò a difendersi e riuscì a morderlo a un braccio. A quel punto l’uomo allentò la presa per poi fuggire. Per la donna cominciò un percorso lunghissimo. Venne ricoverata per diversi giorni e le conseguenze dell’aggressione non si esaurirono con la dimissione dall’ospedale: più di un anno trascorso con le stampelle.

C’è però un pensiero che continua ad accompagnarla: quello di poter incontrare nuovamente l’uomo riconosciuto colpevole dai giudici. “Ho paura di rivedere quell’uomo. Non sappiamo che fine abbia fatto, non abbiamo idea di dove sia”, il suo commento dopo la sentenza riportato da Torino Today. Ed è proprio questo uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda. Il trentenne non è mai stato sottoposto a misure cautelari. Quando venne individuato, infatti, non era stato ritenuto concreto il pericolo di fuga. Successivamente, però, è scomparso. Non si è presentato alle udienze ed è stato difeso d’ufficio dall’avvocato Yuri Marchis. In altri termini, ci troviamo di fronte a un uomo condannato a otto anni del quale, tuttavia, non si conosce la posizione.

L’identificazione era arrivata al termine di un’indagine partita proprio dal parco. I carabinieri avevano perlustrato la zona e alcuni militari si erano persino finti jogger nella speranza di individuare l’aggressore. Per giorni, però, nessun risultato. Poi, non lontano dal luogo della violenza, gli investigatori notarono un uomo che passeggiava con la compagna. Sul braccio aveva una cicatrice particolare. Venne fermato per un controllo e, secondo quanto ricostruito nel processo, apparve nervoso. Gli accertamenti proseguirono a casa sua. Quando i carabinieri si presentarono alla porta, l’uomo scoppiò a piangere e mostrò il braccio: erano ancora visibili i segni compatibili con il morso raccontato dalla vittima. Fu lui stesso, poi, a consegnare gli indumenti che indossava il giorno dell’aggressione.

Elementi che, insieme al racconto della donna, sono finiti al centro del processo. Come anticipato, il sostituto procuratore Eleonora Sciorella aveva chiesto nove anni. La difesa aveva invece chiesto l’assoluzione. L’avvocato Marchis non aveva messo in discussione l’attendibilità della vittima né il fatto che la violenza fosse avvenuta, contestando però la prova della responsabilità del proprio assistito. Una ricostruzione che il tribunale non ha accolto. Per i giudici gli elementi raccolti sono stati sufficienti per arrivare a una condanna oltre ogni ragionevole dubbio.

Due anni dopo, quella donna è tornata a correre. La sentenza chiude un capitolo giudiziario, ma non cancella ciò che è accaduto. E soprattutto lascia aperto un interrogativo: dove sia oggi l’uomo condannato per quella violenza.

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