Coronavirus, la straziante lettera d'addio di un paziente anziano

L'uomo ha voluto lasciare un messaggio commovente a figli e nipoti, spiegando il dramma della solitudine e della mancanza degli affetti, oltre a quello del distacco, della freddezza e della cattiveria ricevuta da alcuni dipendenti della struttura. Una "prigione dorata" che nascondeva ben altro

Coronavirus, la straziante lettera d'addio di un paziente anziano

Un grido di dolore, un messaggio di commiato, il ricordo degli affetti e la denuncia del clima pesante di freddezza e distacco dei dipendenti della struttura che lo assistono, ha diverse tinte il messaggio lasciato da un uomo ai suoi figli e nipoti, dopo aver compreso che il Coronavirus non avrebbe potuto dargli ancora tanto tempo per vivere ed esprimere a parole tutto ciò che avrebbe voluto.

"Da questo letto senza cuore scelgo di scrivervi cari miei figli e nipoti. (L’ho consegnata di nascosto a Suor Chiara nella speranza che dopo la mia morte possiate leggerla). Comprendo di non avere più tanti giorni, dal mio respiro sento che mi resta solo questa esile mano a stringere una penna ricevuta per grazia da una giovane donna che ha la tua età Elisa mia cara. È l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso ma da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi; uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano. Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella 'prigione'. Si, così l’ho pensata ricordando un testo scritto da quel prete romagnolo, don Oreste Benzi che parlava di questi posti come di 'prigioni dorate'".

È questo il commovente incipit di una lettera scritta da un anziano paziente deceduto a causa del Coronavirus all'interno di una residenza sanitaria assistenziale (Rsa), riportato integralmente su Interris. Una voce sola per esprimere il dramma senza fine di tanti, tutti coloro che si sono trovati a vivere quei terribili attimi di isolamento, di distacco dagli affetti. Una tragedia che ha distrutto non solo chi in prima persona ha dovuto affrontare quell'incubo, ma anche tutti quei familiari che, ben consapevoli di quella sofferenza, si sono sentiti impotenti ed incapaci di tendere una mano ed alleviare il dolore dei loro cari costretti in un letto da un male che non ha lasciato loro scampo nè il conforto della consolazione. E che li ha costretti a vivere in "prigioni dorate".

"Prigioni dorate" in cui "sembra che non manchi niente ma non è così", prosegue la lettera. "Manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno “come stai nonno?”, gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare e poi quel mio finto dolore per spostare l’attenzione e far dimenticare tutto. In questi mesi mi è mancato l’odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Questo è vivere, è stare in famiglia, con le persone che si amano e sentirsi voluti bene e voi me ne avete voluto così tanto non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme, sempre insieme", ricorda ancora l'anziano.

Una vita fatta di sacrifici, ma anche di gioie, che lo ha portato a concludere la sua esistenza in una Rsa. E qui l'uomo si rivolge direttamente ai suoi nipoti per spiegare il perchè di quella scelta. "Non è stata vostra madre a portarmi qui ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori, per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualunque funzione. Certo, non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere", prosegue l'anziano, che denuncia quanto accade intorno a lui con grande amarezza.

"Apparentemente tutto pulito e in ordine, ci sono anche alcune persone educate ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifera". Persone fredde, distaccate, talora ostili."In questi mesi mi sono anche chiesto più volte: ma quelli perché hanno scelto questo lavoro se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi?". Tutte considerazioni che portano l'anziano a pentirsi della scelta fatta. "Se potessi tornare indietro supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all’ultimo respiro, almeno il dolore delle vostre lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo, isolato e trattato come un oggetto arrugginito e quindi anche pericoloso. Questo coronavirus ci porterà al patibolo ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco…l’altro giorno l’infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no. La mia dignità di uomo, di persona perbene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa. Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio. Ma non fate nulla vi prego…non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice", chiede l'anziano, che poi conclude con grande amarezza la sua lunga missiva.

"Fate sapere però ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del coronavirus c’è un’altra cosa ancora più grave che uccide: l’assenza del più minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale. E noi, i vecchi, chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinchè si risveglino, cambino rotta, prima che venga fatto a loro ciò che è stato fatto a noi. Vostro nonno".

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