L'Isis illude i ragazzini con un'identità avvelenata

Anche in Francia a colpire sono stati killer ragazzini. Prede perfette di un proselitismo che sfrutta il disagio

L'Isis illude i ragazzini con un'identità avvelenata

Sono sempre più giovani. Anche nell'assassinio di Saint-Etienne-du-Rouvray (il primo compiuto su un altare, al termine della messa), sono giovanissimi. Come mai - ci si chiede - persone che hanno tutta la vita davanti la gettano via in questo modo? Eppure il diciannovenne Adel, da tempo impegnato nella jihad, scarcerato da poco, tuttora sottoposto a sorveglianza, era deciso ad agire. Perché? Chi lavora con i giovani, e conosce un po' la loro psiche, si accorge che in loro le domande di senso: «perché vivo»?, accompagnate da quelle sulla propria identità: «chi sono io»?, sono molto forti. Una volta insegnanti ed educatori sapevano bene che proprio su questo terreno, sulla capacità di aiutarli a riconoscere chiaramente questi interrogativi che li inquietano, e a dotarsi delle conoscenze necessarie a rispondervi, si gioca il rapporto con i ragazzi, e quindi il loro inserimento nella scuola e nelle strutture educative.

Negli ultimi decenni questa consapevolezza negli educatori si è via via persa, ed è diventato più difficile anche per i ragazzi, tra i bianchi europei e americani, riconoscere queste inquietudini e cercare delle risposte forti ed autentiche. L'attenzione è stata posta sulla quantità delle nozioni da imparare, e il loro valore utilitario, dal punto di vista del lavoro e del guadagno e non sul bisogno psicologico di trovare risposte al senso dell'esistenza, la prima questione che sfida l'equilibrio psicologico. A meno di stordirsi con le droghe o l'alcol (come in Occidente spesso si preferisce che facciano), i giovani fin da bambini (loro fino a poco tempo fa osavano farlo a voce alta, seppure derisi dagli adulti) si chiedono quale sia la loro identità, e il senso della vita.

Certamente anche il sesso, naturalmente, li interessa molto, anche perché è coinvolto in questioni che li toccano, come il piacere, l'affettività, l'amore. Freud intuì ed osò nominare questi interessi infantili e adolescenziali, e ci costruì sopra la psicoanalisi. Anch'egli però sapeva bene che decisiva era la questione dell'identità, del significato e obiettivo dell'esistenza, e di un Io che lo riconosca e lo realizzi, differenziandosi da quel sentimento «oceanico» di confusa identificazione col piacere, dove invece ogni spinta vitale si spegne. Cose tutt'altro che campate in aria, perché riguardano energie e spinte vitali profonde, ma che appaiono astratte a politici e economisti che (contrariamente allo spirito originario del capitalismo alla sua nascita), identificano la vita con il denaro o/e il potere. Le sette religiose, come è l'Isis con le sue visioni millenariste di sconvolgimenti imminenti (ed anche molte sette cristiane, anch'esse in forte espansione di questi tempi), sperimentano come per motivare le persone, e anche i popoli, occorrano obiettivi che vadano al di là dell'io personale e dei suoi interessi, capaci di mobilitare molto meno energie di quanto facciano obiettivi transpersonali. Loro stesse, del resto, hanno obiettivi piuttosto forti e anche dichiarati, come la jihad globale per l'Isis.

Per quanto riguarda il problema dell'identità, l'Isis ne possiede una pronta, e l'assegna senza difficoltà ai suoi militanti o anche semplici simpatizzanti, appena hanno compiuto le loro azioni. L'identità è: soldato dello Stato Islamico. Certo, per averla bisogna morire. Ma l'uomo è stato disponibile a morire per millenni, pur di avere un'identità, ed evidentemente lo è ancora. È vero che questi ragazzi hanno già un nome, ma lo vivono come un fatto esclusivamente burocratico. Non c'è un territorio, anche personale e simbolico, che gli corrisponda. Non c'è una famiglia, spesso anche qui spezzata, comunque «secolarizzata», separata da sicurezze trascendenti, che all'Isis spesso trovano, con la rapidità caratteristica delle «conversioni» alle sette. Non c'è una cultura, intesa come insieme di simboli, pratiche, visioni condivise. È vero che dall'Isis la visione è poi una sola: i «tempi» stanno per finire e a salvarsi saranno solo i suoi fedeli, mentre i suoi avversari periranno tra i tormenti. Forse sembra meglio di niente. Non avendo un Dio che offre il proprio corpo e sangue in sacrificio per loro, sono loro a versare il sangue, del prete e di tutti gli altri prima di lui. E chiudono la partita.