Una grande villa ad Ercolano, aprile 2001. Un pastore corso che sonnecchia. Una piscina. Antonio Schettini, sicario della ndrangheta e collaboratore di giustizia, in quel momento era latitante. Aveva litigato col servizio centrale di protezione ed era tornato a casa. Mi aveva invitato per parlare. Visto da vicino, l’autore di uno dei delitti più oscuri degli anni Novanta era un tipo smilzo e faceto («cinquantanove omicidi sono un po’ tanti? A volte me lo dico anch’io»). Di quasi tutti quelli che ammazzava, Tonino Schettini sapeva poco e niente. I boss della ‘ndrangheta in Lombardia davano l’ordine. Lui andava e uccideva. «Tonino sta facendo le tacche sulla pistola», disse il capo della Comasina Pepè Flachi quando Schettini in venti giorni uccise sette persone. Ma l’11 aprile 1990 a Carpiano, quando insieme a Nino Cuzzola, affianca in moto un’Alfa 33 ferma in colonna, Schettini sa perchè l’uomo al volante deve morire. O almeno crede di saperlo.
Sull’auto c’è Umberto Mormile, 37 anni, educatore penitenziario, in servizio al carcere di Opera. A Milano fino a quel giorno la mafia non ha mai ucciso un uomo dello Stato. Schettini gli scarica addosso sei colpi calibro 357. Il giorno stesso, una telefonata all’Ansa di Bologna getta sulla morte di Mormile una patina di mistero da cui non si riprenderà più: «A proposito di quanto avvenuto a Milano - il terrorismo non è morto - vogliamo che l’amnistia sia estesa anche ai detenuti politici - non importa chi sono - ci conoscerete in seguito».
Delitto di mafia o mistero di Stato, questa è la domanda irrisolta che da quel giorno aleggia sulla morte di Mormile. A eseguire sono Cuzzola e Schettini, entrambi uomini della ndrangheta al Nord, che poi si pentiranno entrambi. A dare l’ordine
è Franco Coco Trovato, crudele capoclan brianzolo, che ha ricevuto la richiesta da Antonio Papalia, il numero uno indiscusso della ndrangheta in Lombardia. Mormile deve pagare per qualcosa accaduto nel carcere di Parma, dove lavorava fino a poco prima. Fine delle certezze. Perché Mormile deve morire? Perchè ha rifiutato di farsi corrompere, come diranno alcuni pentiti? Perchè, come dice Schettini, ha preso trenta milioni e poi voleva restituirli? O, come dicono altri pentiti, ha tenuto i soldi e non ha mantenuto le promesse?
Nelle varie versioni, tutto ruota intorno al fratello maggiore di Antonio Papalia, Domenico detto «Micu»: il grande vecchio della ndrangheta al nord, figura quasi leggendaria, a lungo detenuto a Parma. Anche sul ruolo di Domenico i pentiti divergono. Schettini: «Domenico Papalia non era al corrente della decisione di uccidere il Mormile e attribuiva all’irruenza del fratello Antonio la responsabilità di tutto». Cuzzola, invece: «Non solo Domenico Papalia aveva chiesto al fratello Antonio di uccidere Mormile ma lo sollecitava a farlo».
Domenico Papalia è stato condannato all’ergastolo come mandante. Il mese scorso, ormai ottantunenne, ha ottenuto i domiciliari per motivi di salute, dopo una detenzione durata oltre trent’anni. Non parla. Dal carcere, anni fa, mi scrisse una lettera per dire che lui con Mormile non aveva nulla a che fare. Fine. Peccato, perchè «Micu» se parlasse potrebbe fare un po’ di luce sul vero mistero che incombe sulla storia: l’ombra da sempre evocata dei servizi segreti più o meno deviati. Che nasce già con la prima, oscura rivendicazione a ridosso del delitto, e si rafforza con la seconda, sei mesi più tardi, della fantomatica Falange Armata Carceraria.
E negli ultimi anni diventa campagna giudiziaria per iniziativa dei familiari di Mormile in occasione dei processi a altri due pentiti, Salvatore Pace e Vittorio Foschini, incriminati un quarto di secolo dopo per avere collaborato al delitto. Se la cavano con poco: Foschini sette anni, Pace - difeso da Vezio Ferraro - assolto. A farla da padrona nei processi è la parte civile che invoca che si faccia luce sul presunto retroscena: Mormile ammazzato perché sapeva degli incontri in carcere tra «Micu» Papalia e uomini dei «servizi», che con lui trattavano favori e ricambi inconfessabili. Rapporti che l’ultima sentenza sul caso Mormile, quella che l’anno scorso assolve Pace, liquida come «mere congetture».
Un uomo del Sisde, Andrea De Lucia, bazzica in effettiParma e altre carceri: ma, scrive la Corte d’appello, «De Lucia, i cui accessi alle strutture penitenziarie sono stati testimoniati, non risulta lambito neppure dal vago sospetto che fosse autore di accessi abusivi per conferire con Papalia Domenico e, col medesimo, decretare l’omicidio dell’educatore Mormile». E poi: a rendere improbabile questa pista c’è un dato di fatto. I colloqui occulti e gli scambi di favori tra Stato e boss detenuti (il famoso «protocollo Farfalla») ci sono sempre stati, e richiedevano la collaborazione di una lunga serie di figure, dai direttori ai «servizi» all’autorità giudiziaria, come spiegava poco prima di morire Carmine Gallo, il superpoliziotto del caso Equalize. E allora perchè uccidere il povero Mormile, che aveva scoperto quel che molti già sapevano? Il buio resta.
