“Nautilus 90 North”. Il comandante del primo sottomarino nucleare dell’US Navy, e di fatto della storia, invia al Pentagono un messaggio in codice essenziale, sintetico. È la conferma che l’USS Nautilus ha portato a termine la sua missione segreta riemergendo dai ghiacci del Mare di Groenlandia dopo aver attraversato le gelide profondità marine ricoperte dalla calotta polare artica. Obiettivo della missione, denominata “Operazione Sunshine”, sfuggire agli occhi e alle orecchie delle stazioni di qualsiasi tipo di sorveglianza sovietica per dimostrare la capacità strategica conseguita dagli Stati Uniti in un momento decisamente delicato della Guerra Fredda. È il 5 agosto del 1958.
Nell’ottobre del 1957, il lancio dello Sputnik, primo satellite artificiale della storia mandato in orbita dall’Unione Sovietica, aveva inflitto un duro colpo al prestigio tecnologico degli Stati Uniti. In uno dei decenni più complessi per il mondo diviso dall’assetto bipolare e soggetto alle crescenti tensioni riguardanti la corsa agli armamenti nucleari e la supremazia tecnologica che aveva trovato nello spazio una nuova frontiera di confronto, l’America si era scoperta indietro nello sviluppo della tecnologia missilistica, e tra la popolazione serpeggiava il timore concreto che tale supremazia avrebbe permesso a un missile nucleare sovietico di colpire il suolo americano da un momento all’altro. In breve, la guerra totale per assenza di una sufficiente deterrenza. Un concetto astratto quanto essenziale per l’equilibrio che deve procrastinare l’apocalisse.
Per fronteggiare questa difficile condizione, il presidente Dwight D. Eisenhower si trova costretto a cercare, nelle opzioni sulla scrivania della Casa Bianca, un’impresa capace di dimostrare che Washington non ha perduto la propria superiorità scientifica e militare. Le opzioni sul tavolo sono tante, ma nessuna esprime un traguardo adeguato. A parte una sfida particolare, decisamente audace, ma rivolta a un altro campo dell’esplorazione, assai più terrestre: attraversare il Polo Nord navigando sotto la banchisa artica impiegando un mezzo che va al di fuori dell’ordinario.
La missione - ovviamente top-secret date le alte probabilità di fallimento e le criticità intrinseche nel compiere un’impresa mai tentata prima con una tecnologia che non era mai stata impiegata prima - viene affidata all’USS Nautilus, il primo sottomarino a propulsione nucleare della storia, la cui costruzione era iniziata nel 1952 grazie all’impegno dell’ammiraglio Hyman G. Rickover, considerato il “padre della flotta nucleare statunitense”.
Varato nel 1954 e identificato come SSN-571, il battello portava lo stesso nome del leggendario sottomarino progettato dal Principe Dakkar, più noto come capitano Nemo, il controverso eroe di Ventimila leghe sotto i mari del visionario Jules Verne. A differenza dei sommergibili convenzionali, il Nautilus, sviluppato dall’US Navy dopo un lungo studio sulla possibilità di impiegare l’energia nucleare per la propulsione di un sottomarino, poteva navigare in immersione per periodi prolungati senza dover riemergere per rifornire d’aria i motori diesel impiegati da tutti gli altri sottomarini. Tale capacità apriva possibilità fino ad allora impensabili, specialmente nelle regioni polari, dove la presenza di una calotta glaciale rendeva estremamente difficoltosa, se non addirittura impossibile, la navigazione. All’epoca, infatti, nessuna nave era mai riuscita a raggiungere e attraversare il Polo Nord a causa dello spessore dei ghiacci.
L’Operazione Sunshine — che deve il suo nome alla particolare condizione di luce diurna ininterrotta che avrebbe illuminato la calotta polare — avrebbe dimostrato la vera potenzialità della propulsione nucleare e la capacità della Marina degli Stati Uniti di operare in una regione del globo considerata inaccessibile e tanto vicina alle coste dell’URSS da rappresentare un pericolo tangibile.
Il rischio della missione era quello di rimanere intrappolati o di danneggiare lo scafo di un sottomarino che rappresenta la punta di diamante e il futuro dell’US Navy e, dopo un primo tentativo, il 23 luglio del 1958, il Nautilus prende il mare con 116 uomini a bordo per superare lo stretto di Bering e raggiungere le acque settentrionali dell’Alaska. Nei pressi di Point Barrow, il comandante Anderson fa effettuare una ricognizione per individuare un passaggio sufficientemente profondo da consentire al battello di infilarsi sotto la calotta glaciale. In alcuni settori, le formazioni di ghiaccio scendevano fino a circa 18 metri sotto il livello del mare, lasciando margini di manovra estremamente ridotti.
Il 1° agosto, il sottomarino inizia finalmente la traversata, affidandosi, da quel momento in poi, solo ed esclusivamente agli strumenti di bordo, senza possibilità di osservare direttamente la propria posizione sulla superficie dell’oceano. La presenza di una spessa coltre di ghiaccio avrebbe impedito di emergere, anche in caso di necessità, trasformando qualsiasi guasto o errore di navigazione in un pericolo potenzialmente fatale. Uno dei problemi principali riguardava l’orientamento. Avvicinandosi al Polo Nord, le bussole magnetiche sarebbero diventate progressivamente meno affidabili, le girobussole avrebbero perso precisione alle latitudini estreme e, nonostante l’autonomia garantita dalla propulsione nucleare, il Nautilus avrebbe potuto incontrare problemi. A risolvere le difficoltà di orientamento sarà un nuovo sistema di navigazione inerziale che, attraverso giroscopi e sensori di movimento, consentiva di calcolare continuamente la posizione e la direzione del battello senza ricorrere a riferimenti esterni.
Alle 23:15 del 3 agosto 1958, secondo l’ora della costa orientale americana, il Nautilus raggiunse il Polo Nord geografico, diventando la prima imbarcazione della storia a passare sotto quel punto del pianeta. Non ci furono celebrazioni solenni né particolari cerimonie. Anderson si limitò ad annunciare all’equipaggio: “Per il mondo, per il nostro Paese e per la Marina: il Polo Nord”.
Il sottomarino mantenne la rotta sotto la banchisa dirigendosi verso l’Atlantico. Dopo circa 96 ore trascorse in immersione e quasi 2.940 chilometri percorsi nelle acque artiche, raggiunse il mare di Groenlandia, emergendo oltre la banchisa artica. Soltanto allora, circa 36 ore dopo il passaggio sotto il Polo Nord, Anderson poté comunicare a Washington il successo della missione. Il messaggio destinato al Pentagono, ma fondamentalmente al presidente Eisenhower, era semplice: “Nautilus 90 Nord”. L’Operazione Sunshine aveva mostrato che un sottomarino nucleare poteva attraversare l’Artico rimanendo nascosto sotto i ghiacci, sfruttando un’area del pianeta che fino a pochi anni prima era considerata pressoché impraticabile per qualsiasi tipo di operazione navale.
Ricevuti gli onori per la sua straordinaria missione, il Nautilus venne schierato dall’US Navy come parte del dispositivo navale che impose la “quarantena” a Cuba durante la crisi dei missili. Come parte della flotta sottomarina attiva, fece poi rotta nel Mediterraneo, percorrendo oltre 20.000 leghe per i mari del globo. Salpò per la sua ultima missione nel 1979. Dal 1986 è un monumento navale che continua a rappresentare un simbolo della storia della Guerra Fredda e degli albori dell’era nucleare che hanno cambiato, per sempre, gli equilibri globali. Oggi la stessa rotta seguita dal Nautilus viene percorsa dalle rompighiaccio a propulsione nucleare delle superpotenze che si contendono il controllo della regione strategica dell’Artico. Sotto di loro, come allora, invisibili e silenziosi, si muovono i sottomarini nucleari e d’attacco con i loro ordini e le loro missioni, talvolta segrete.
