Chi era, in breve, per chi lo ha perduto di vista (in Francia lo si è dimenticato quasi con metodo): nato nel 1925 a Bram, un paese dell’Aude di cui nessuno saprebbe indicare la provincia senza un atlante, morto nel 1993, Jean Cau fu per undici anni segretario di Jean-Paul Sartre, poi giornalista per L’Express, il Figaro e Paris Match, poi romanziere premiato (il Goncourt nel 1961 per La pietà di Dio) e infine, con un gusto per la provocazione che crebbe di libro in libro, eretico della sinistra che lo aveva allevato: gollista per temperamento più che per dottrina, appassionato di corride e amico dei toreri, nemico dichiarato di quel conformismo dei salotti parigini a cui doveva la sua prima carriera e che, con gli anni, si divertì a ritrarre con crescente ironia.Esercizi di memoria (Edizioni Settecolori, pagg. 244, euro 23; trad. Giovanni Acuto, postfazione di Stenio Solinas) è il libro del congedo: Cau, passati i sessant’anni, apre il cassetto di una vita spesa fra gli uomini e le donne più fotografati del secolo e ne tira fuori una galleria di ritratti brevi, dove Sartre convive con De Gaulle, Cocteau con Camus, Picasso con Coco Chanel, Hemingway con Orson Welles, il torero Dominguín con Ava Gardner. Non è un libro di memorie nel senso ordinario: manca la pazienza del biografo. È piuttosto il taccuino di un geniale caricaturista che ha deciso, per una volta, di firmare i propri disegni.Cau eccelleva in un’arte che i francesi hanno praticato meglio di chiunque altro e che oggi si è quasi persa: il ritratto. Non il ritratto agiografico, espressione ignobile di servitù, né quello demolitorio, sfogo ignobile di rancore personale. Il ritratto vero, quello che in tre frasi ti restituisce un uomo intero, con la voce, l’odore, la vanità e la crepa che si porta dentro. Cau ha l’occhio del pittore fiammingo che non perdona un doppio mento ma non lo trasforma in caricatura: lo mette al suo posto, nella luce giusta. Prendiamo Sartre, il padre putativo, il maestro tradito e mai davvero rinnegato. Cau lo racconta con l’affetto irriducibile di chi gli ha portato per anni la valigetta e le sigarette, e insieme con la lucidità spietata di chi lo ha visto da vicino confondere la filosofia con la moda e il coraggio intellettuale con l’ostinazione. Il piccolo uomo strabico che dominava le platee della Sorbona esce da queste pagine senza sconti e senza vendette, più vero di quanto sia mai uscito dai saggi accademici.Divertente è il modo in cui Cau tratta le vanità altrui: gli basta osservare un secondo di più del necessario, il tempo in cui la posa comincia a incrinarsi, perché sotto la maschera affiori la paura di non essere più, l’indomani, quello che si è oggi.Due esempi, fra i tanti disseminati nel libro, rendono l’idea meglio di qualunque disquisizione. Il primo riguarda Jacques Lacan, colto non nel suo studio con i pazienti ma in palestra, alle prese con attrezzi ginnici che il guru della psichiatria non riesce proprio a maneggiare. La scena, montata da Cau con la sapienza di un regista comico, smonta in poche righe l’aura sacerdotale che Lacan si era costruito, e lo fa senza un solo giudizio esplicito, mostrandone soltanto la goffaggine borghese. Il secondo esempio è Orson Welles, immortalato non come il genio decaduto di cui parlano i necrologi ma come una specie di grande animale fuori scala, un mammut sopravvissuto in mezzo a un branco di uomini più minuti, ingombrante nella stanza, ingombrante nei debiti, ingombrante persino nella malinconia con cui racconta i propri fallimenti.C’è poi la tecnica del ritratto a incastro: invece di descrivere direttamente un personaggio, Cau lascia che sia qualcun altro a farlo al posto suo. In questo modo ottiene due ritratti al prezzo di uno. Straordinaria la visita nello studio-santuario di un ormai vecchissimo Gaston Gallimard, l’editore che ha conosciuto tutti. Ad esempio, Proust. Gallimard rievoca Proust: gentile, ridente, affamato, alle prese con cene notturne. Perfettamente lucido nonostante la malattia, abilissimo nell’arte della conversazione pungente, avido di pettegolezzi. Poi c’è il dettaglio vincente: i denti bianchissimi con i quali Proust azzanna una coscia di pollo o metaforicamente il collo di una marchesa decaduta. Cau ci mostra insieme un Proust inedito e un Gallimard altrettanto inedito. Altro pezzo memorabile è ambientato nel camerino dell’attrice Marie Bell, sommerso di rose. Cau la lascia raccontare di Paul Claudel, capace di un calore quasi fisico nei rapporti umani e insieme, con la Ricordi Nella foto centrale, gli esistenzialisti si riuniscono a 100 metri dalle edizioni Gallimard, alla cantina di Pont Royal in rue du Bac, a Parigi, nel 1945 Da sinistra, Simone de Beauvoir, Jacques-Laurent Bost, Jean Cau, Jean Genet e Jean-Paul Sartre. Sotto, dall’alto in basso, quattro personaggi ritratti da Jean Cau in «Esercizi di memoria» (Edizioni Settecolori): Jacques Lacan, Albert Camus, Orson Welles ed Ezra Pound. «Esercizi di memoria», in lingua originale, uscì nel 1985. Ora è in Italia per Settecolori stessa naturalezza, di una spilorceria proverbiale: e mentre emerge il ritratto di Claudel, resta impresso anche quello di Marie Bell, vanitosa fino all’autoinganno delle rose che, in realtà, si è mandata da sola per impressionare più se stessa del visitatore.A Cau bastano poche parole per conquistare la fantasia del lettore. Vediamo cosa dice in breve di alcuni grandi uomini. Arthur Koestler: «Una notte Koestler e Camus, ubriachi, si sfidarono. A chi attraversava più in fretta Place Saint-Michel a quattro zampe! Vinse Koestler, ma Camus lo accusò di essersi un po’ alzato prima del traguardo. Fecero a botte». Ezra Pound: «Ci sono esseri umani che nei luoghi non entrano: compaiono. Solitamente un simile privilegio è riservato alle donne di straordinaria bellezza o di una sensualità che incendia; in questo caso, invece, si trattava di un vecchio. Mi dissero: “È Ezra Pound”».E poi ci sono la Spagna, la tauromachia, gli amici toreri, un mondo che Cau amava con una devozione quasi teologica e che gli permette, per contrasto, di misurare la falsità di tanti salotti parigini: accanto al coraggio semplice e mortale dell’arena, le chiacchiere di Saint-Germain-des-Prés appaiono per quello che erano, un teatro comodo dove si rischiava tutt’al più una polemica sui giornali. È in questo scarto, fra chi mette in gioco la pelle e chi mette in gioco solo un’opinione, che nasce buona parte dell’ironia del libro, un’ironia che non è mai gratuita ma sempre proporzionata alla statura di ciascun personaggio.Lo stile è quello di un uomo che ha imparato a scrivere breve nelle redazioni dei rotocalchi e non se n’è mai vergognato: frasi che colpiscono e si ritirano, aggettivi contati, nessuna concessione al vezzo letterario. Cau non scrive, incide col bisturi. Ogni ritratto ha la durezza e insieme la precisione di un’acquaforte, e proprio per questo resiste al tempo meglio di molte biografie ufficiali scritte con più pagine e meno talento.Resta da chiedersi perché un libro così sia oggi poco letto, in Italia meno che mai. La risposta è la stessa che vale per l’autore: Cau non ha mai accettato di schierarsi in modo comodo, ha litigato con la sinistra da cui veniva senza diventare un rassicurante uomo di destra, e questa indisciplina, che nella vita gli costò isolamento, nei suoi libri produce la difficoltà di essere incasellato in uno scaffale.Ma è proprio l’indisciplina a rendere Esercizi di memoria un libro vivo: la testimonianza di un uomo che ha guardato in faccia i grandi del secolo senza mai smettere, nello stesso tempo, di guardarsi allo specchio con lo stesso occhio impietoso.

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