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Musica

Tour, esibizioni e Grammy. Pausini (ri)prende il mondo

La popstar ha iniziato ieri a Mantova il giro di concerti in Italia con una scaletta di classici e di “cover” tratte dal suo ultimo disco “Io canto 2″. “Molte sono le canzoni che cantavo nei piano bar”

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Toglietele tutto ma non i suoi concerti, quelli no. Difatti Laura Pausini ha iniziato ieri sera al Palaunical di Mantova il suo tour italiano dopo aver attraversato, sera dopo sera dalla fine di marzo, tutta l’America da Toronto a Santiago del Cile prima di passare qui da noi (tre concerti al Forum, 4, 6 e 7 ottobre, a seguire Torino, Bologna e Firenze) e allungarsi nel frattempo fino alla Germania e al Portogallo. Poi, per non farsi mancare proprio nulla, il prossimo anno a fine febbraio ripartirà da San Paolo in Brasile prima di cantare in cinque stadi italiani e rifarsi un altro giro in Europa a fine anno. Insomma c’è chi costruisce carriere sui social o con i numeri miliardari dello streaming e chi continua a fare soprattutto il vagabondo della musica, cantando ovunque sia possibile davanti al proprio pubblico. Non a caso il primo brano nella scaletta di questo concerto si intitola Io canto, cover di un pezzo di Riccardo Cocciante del 1979 che ormai è diventato «anche» di Laura Pausini, artista nata nei pianobar romagnoli che quindi non ha mai avuto timore di confrontarsi con il repertorio di altri. Già nel 2006 aveva pubblicato la prima raccolta di cover sotto il titolo di Io canto e a febbraio ne ha pubblicato il secondo volume, che è l’ossatura di questo show. «Costruire la scaletta di un tour - ha spiegato lei - vuol dire rispettare gli equilibri del mio repertorio seguendo la mia storia in ogni paese che mi ha accompagnata in questi anni. Il mio disco di cover, così come è stato per il primo del 2006 è di fatto composto dai titoli e gli artisti che io stessa da vera fan ho cantato di più a casa, in macchina e ai tempi del pianobar».

E lo spirito è sempre quello di allora perché passano gli anni ma sul palco lei conserva quello stesso entusiasmo birichino e adolescente di quando, partendo dai banchi di scuola, è arrivata a Sanremo con La solitudine. Da allora sono trascorsi 33 anni ma lei non si è mai fermata e, diciamola tutta, sarà difficile che nel futuro prossimo venturo le venga voglia di farlo. Infatti basta dare un’occhiata a cosa ha fatto negli ultimi dodici mesi per dubitarne assai. In sintesi. Ha canto l’inno italiano all’apertura delle Olimpiadi Milano Cortina, ha condotto il Festival di Sanremo con Carlo Conti, ha cantato alla cerimonia conclusiva dei Mondiali di calcio con Madonna, Robbie Williams, Justin Bieber, Bts e Shakira, poi si è esibita in due continenti, è transitata pure da Monza per cantare prima del Gran Premio di Formula Uno e il 12 novembre si gioca la dodicesima nomination ai Latin Grammy all’Mgm Grand Garden Arena di Las Vegas. Per capirci, fermarla è praticamente impossibile. Volendo, rappresenta il paradigma della popstar «vecchio stile» che trova la misura del proprio successo nel contatto con il pubblico, contatto diretto e plateale, non filtrato da algoritmi o contabilità digitali. «Sono felice - riassume - per ciò che il mondo latino e americano da oltre trent’anni mi riconosce riempiendomi di affetto. E questa nomination ai Grammy è ancora più significativa perché arriva grazie a un disco in cui ho reso omaggio anche alla musica e agli autori che hanno accompagnato la mia vita nei paesi latini».

E questo concerto lo conferma fino in fondo, mescolando cover come Il cielo in una stanza, Nei giardini che nessuno sa, Scrivimi, Immensamente, La mia banda suona il rock, il nuovo singolo Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è e poi successi come Ritorno ad amare, Resta in ascolto, Tra te e il mare. Forse il corazon latino di Laura Pausini si riassume alla perfezione in uno dei medley del concerto, quello che raccoglie Livin La Vida Loca di Ricky Martin, La Isla Bonita di Madonna e Oye mi canto di Gloria Estefan. Invece il medley che chiude il concerto è proprio per i fan della prima ora: Strani amori, La solitudine e Incancellabile.

In poche parole è una fortezza pop, un insieme di canzoni che è impossibile non conoscere o, quantomeno, non canticchiare. Anche per questo, chissà, il palco è costruito come se fosse un castello nel quale, come dice lei all’inizio, «non sono io la regina, la regina è la musica e io sono qui per difenderla insieme con i miei musicisti, i coristi, i tecnici, gli ingegneri. Da quando sono nata, la musica ha aperto il mio petto e mi ha messa il cuore nelle mani, per questo io la difenderò sempre». Un po’ splatter, un po’ epico. Però rende l’idea, bisogna riconoscerlo.

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