È bastata qualche domanda scomoda per scatenare l’ennesima bufera televisiva. Nel mirino è finito Pierluigi Diaco, colpevole - secondo i suoi detrattori - di aver incalzato, per alcuni eccessivamente, Alberto Ravagnani, l’ex sacerdote diventato influencer e oggi concorrente di “Ballando con le Stelle”. Un’intervista andata in onda a BellaMa’, su Rai2, che ha fatto discutere, dividendo il pubblico e provocando persino l’intervento della politica.
Andiamo per gradi. Ospite della trasmissione insieme alla sua insegnante di ballo, Ravagnani è stato interrogato sulla scelta di abbandonare la tonaca e sulla sua nuova vita. Diaco ha deciso di andare oltre le consuete domande promozionali, affrontando direttamente la questione della sessualità. “Sei attratto dagli uomini o dalle donne?”, ha chiesto il conduttore. “Sono attratto dalle donne”, ha replicato l’ex sacerdote, manifestando però una certa insofferenza. Il confronto si è fatto ancora più serrato quando Diaco gli ha chiesto se avesse già sperimentato la sessualità dopo aver lasciato il ministero. “Mi stai mettendo in difficoltà, portandomi su un terreno dove chiunque qui sarebbe in difficoltà”, la risposta di Ravagnani.
Il padrone di casa, però, non si è tirato indietro: “Non pensi che dopo le cose profonde di cui hai tenuto a renderci partecipi, tu meriti domande dirette al limite della maleducazione?”. Una provocazione, certamente. Ma anche una rivendicazione del ruolo di chi conduce un’intervista e non intende trasformarla nella consueta passerella.
Del resto, la sessualità non è certo un argomento introdotto dal nulla da Diaco. È stato lo stesso Ravagnani, dopo l’addio al sacerdozio, a raccontare pubblicamente le difficoltà legate al celibato, facendone uno degli elementi centrali della propria scelta. Lo scorso febbraio aveva spiegato di non riuscire a rispettare davvero quell’obbligo, mentre in altre interviste aveva affrontato apertamente il rapporto tra fede, desiderio e sessualità. Argomenti finiti anche nel dibattito attorno al suo libro autobiografico “La scelta”. Insomma, non proprio questioni estranee al personaggio pubblico che Ravagnani ha deciso di costruire e raccontare.
Questo non significa, naturalmente, che l’ex sacerdote sia obbligato a rendere conto delle proprie esperienze intime. Può scegliere di non rispondere, come ha fatto. Ma il diritto alla riservatezza non può trasformarsi automaticamente in un divieto di fare domande. E il disagio di un intervistato non rappresenta, di per sé, la prova di una scorrettezza giornalistica. Si possono contestare i toni, certamente, ma è ben altra cosa sostenere che quegli interrogativi non dovessero essere posti.
La vicenda ha comunque scatenato un putiferio, alimentato dalle critiche sui social - con tanto di intervento di Milly Carlucci - e approdato persino in commissione di Vigilanza Rai. Gli esponenti del Movimento 5 Stelle hanno parlato di “aggressione verbale”, tirando in ballo uno dei “volti di TeleMeloni” e denunciando uno “spettacolo di così basso livello”. Fino a chiedere le scuse pubbliche del conduttore. Un intervento che sposta la polemica dal terreno televisivo a quello politico.
A difendere Diaco è intervenuta Federica Frangi, componente del Consiglio di amministrazione della Rai, che ha definito “francamente sproporzionate” le polemiche. “Un giornalista ha il diritto di porre domande scomode, dirette e provocatorie. L’intervistato ha, naturalmente, il diritto di non rispondere. Ma il diritto di non rispondere non può trasformarsi nel divieto di fare domande”, ha sottolineato la consigliera. E ancora: “Si può discutere dei toni, non mettere sotto processo la libertà di interrogare”.
Parole difficilmente contestabili nel merito. Anche perché, mentre infuriava la polemica, BellaMa’ incassava un risultato significativo negli ascolti, raggiungendo il 7,5% di share nella seconda parte della trasmissione. Diaco, almeno per il momento, ha scelto di non commentare.
Resta la sostanza della questione. La libertà di fare domande dovrebbe essere tutelata anche quando produce risposte scomode, silenzi imbarazzati o reazioni indignate. Altrimenti, più che giornalismo, rischiamo di ritrovarci soltanto con delle innocue conversazioni promozionali.
